Pietro Grasso deve al PD 83.250 euro. Ma lui replica: “atto di ritorsione propagandistica”

932

Agenpress – Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali, risponde in una lettera pubblicata su Repubblica alle dichiarazioni del tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che lo ha più volte sollecitato a restituire 83.250 euro per non aver versato negli ultimi cinque anni le quote al gruppo del partito in Senato. Per Grasso le dichiarazioni di Bonifazi “sono infamanti” e rappresentano “una sorta di ritorsione” nei suoi confronti.

“Egr. Tesoriere del Partito Democratico, Onorevole Bonifazi, non ho risposto tempestivamente alla sua prima lettera, nella quale mi chiedeva di versare 83.250 euro al Pd in ragione della mia elezione al Senato nel 2013, perché ho considerato la modalità attraverso la quale ha scelto di farmi giungere tale comunicazione, ossia i giornali, un colorito quanto basso espediente da campagna elettorale”. Comincia così la lettera pubblicata da Repubblica, con cui il presidente del Senato, Pietro Grasso, risponde al tesoriere Pd che più volte nel corso delle ultime settimane gli ha richiesto 83mila euro.

“Non ho mai ricevuto da voi  alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, né le modalità di pagamento. Eppure dal marzo del 2013 al giorno delle mie dimissioni dal gruppo del Pd in Senato sono trascorse 56 mensilità. Abbastanza occasioni per farlo, non crede?”.

Il presidente del Senato sostiene inoltre: “Non sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito, così come per prassi centenaria non è chiamato a dare col voto alcun contributo politico. Ecco perché ero convinto che non aver ricevuto richieste di contributi dipendesse da una visione condivisa di questo modello”.

“Visto che il suo disappunto per la mia presunta morosità si è trasformato in sprezzanti dichiarazioni pubbliche, vorrei capire cosa ne pensa dei circa 250mila euro che il gruppo del Pd in Senato ha percepito dal marzo del 2013 al 26 ottobre del 2017 in ragione della mia iscrizione al gruppo medesimo”.

“Nel mio secondo giorno da presidente del Senato ho scelto di dare un segnale di sobrietà tagliando, fatte salve le indennità irrinunciabili, varie voci tra cui quelle previste come ‘rimborso spese per l’esercizio del mandato’, esattamente quella dalla quale i parlamentari prelevano la quota che versano nelle casse del Pd. Oltre ai tagli alle mie indennità ho dimezzato il costo complessivo lordo del gabinetto del presidente e del fondo consulenza, con un risparmio annuo di circa 750.000 euro. Al termine del mio mandato avrò dunque fatto risparmiare alle casse dello Stato più di quattro milioni di euro”.

“Non ritengo pertanto sussista – conclude – alcuna delle ragioni da lei addotte nella sua infamante lettera”.