Il mercato delle pellicce. Ecco i numeri di una tendenza che non può più “andare di moda”

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Agenpress. La “pelliccia” è da sempre il capo che, purtroppo, più caratterizza l’essenza della moda. Un simbolo di eleganza, per molti, di stile e di distinzione, per altri. Di ricchezza e di ostentazione senza dubbio. Di certo, non di buon gusto o di buon senso. La pelliccia è per antonomasia sinonimo di morte e sofferenza, ma sembra che tutti coloro che decidono di indossarla non se ne rendano conto. O, quantomeno, non abbastanza. Una tendenza diffusa in tutto il mondo, con l’Italia, terra di maison di lusso, capofila di questa macchina del dolore.

Tuttavia, ad essere onesti, bisogna riconoscere come in epoca recente il fenomeno si stia affievolendo. Ma ancora molto, troppo, lentamente. Oggi nel nostro Paese, rispetto a quanto avveniva, ad esempio, nel periodo tra gli anni ’80 e ’90, le abitudini delle persone in fatto di abbigliamento stanno vivendo una fase di forte cambiamento. La pelliccia in sé per sé non sembra, per fortuna, andare più tanto di moda. Molti marchi hanno virato, infatti, su materiali sintetici che offrono comunque lo stesso “effetto” alla vista, ma senza generare sofferenza in nessuna creatura. Anche diverse case di moda hanno abbandonato l’uso di pelli animali, un po’ per scelta etica, un po’ senza dubbio per rientrare dei costi necessari a coprire la produzione di materiali di cui la domanda, oggi, risulta inferiore.

Al di là di tante considerazioni, quel che è necessario capire una volta per tutte è che realizzare una pelliccia non ci rende più belli e non ci fa sembrare più ricchi o più eleganti. Indossare una pelliccia ci rende complici di un sistema perverso ricco solo di sadismo, cattiveria e mancanza di rispetto.

Uccidere (nel migliore dei casi, perché spesso visoni, volpi e altre creature vengono scuoiati mentre sono ancora in vita) per la pelle è quanto di più atroce un essere evoluto come l’uomo possa fare. Non è giusto, non serve e danneggia tutti. Danneggia persino l’uomo stesso.

Quello che intendiamo è che l’industria delle pellicce, compresi gli allevamenti per gli animali destinati a questo “mercato”, produce un impatto devastante per l’equilibrio ambientale del nostro pianeta. Torturare e uccidere esseri viventi innocenti per realizzare capi di abbigliamento, la cui stessa realizzazione, con il tempo, si ripercuote su noi stessi, è un circolo vizioso inutile e quantomai deleterio per la salute e la sopravvivenza di tutti.

Ma cerchiamo di capire meglio tutti questi aspetti, snocciolando qualche dato interessante su cui riflettere.

IL RAPPORTO UOMO-ANIMALE IN ITALIA

In merito al rapporto tra gli esseri umani e gli animali, è l’Eurispes a fornire la fotografia più attendibile dell’Italia. Un’Italia dove l’attenzione per gli animali e il sostegno ai loro diritti si attestano tra i livelli più alti in Europa. È quanto riporta il Rapporto 2016 che però, allo stesso tempo, sottolinea come siamo ancora troppo lenti nel trasformare in avanzamenti concreti questa nostra crescente sensibilità.

Ad esempio risulta in calo il numero di coloro che si dicono contrari alla sperimentazione sugli animali, alla produzione di pellicce o alla caccia, con dati tornati ai livelli del 2014, anche se in netta maggioranza su ogni argomento.

Questi sono i dati Eurispes 2016 messi a confronto con quelli del 2015:

NO allevamenti di animali da pelliccia                                                                               86,3% – (90,7% nel 2015)

NO agli animali nei circhi                                                                                          71,4% – (68,3% nel 2015)

NO alla sperimentazione animale                                                                        80,7% – (87% nel 2015)

NO alla caccia                                                                                                                 68,5% – (78,8% nel 2015)

NO ai delfinari                                                                                                               56,3% – (64,8% nel 2015)

NO agli zoo                                                                                                                      54,9% – (53,3% nel 2015)

SI all’accesso degli animali da compagnia nei luoghi pubblici                  69,1% – (56,5% nel 2015)

SI anche nelle strutture ricettive                                                                           68,5 – (56,8% nel 2015)

COME “CRESCE” UNA PELLICCIA

Oltre l’80% delle pelli utilizzate dall’industria della pelliccia proviene da animali costretti a vivere in cattività all’interno degli allevamenti destinati a questo macabro mercato. Si tratta di strutture che, in molti casi, è già complicato definire tali. Realtà fatiscenti, colme di centinaia di minuscole gabbie dove, senza igiene e rispetto, vengono costretti per giorni e giorni tantissimi animali. Migliaia. E la “tecnica” è sempre la stessa ovunque, in tutto il mondo, non solo in Italia. La “tecnica” della restrizione di queste creature che, nella maggior parte dei casi, hanno un destino segnato fin dalla nascita: quello di contribuire all’elevazione massima dei profitti a spese della propria vita. Un meccanismo, ormai, ben “consolidato” che non prevede la minima regolamentazione sulle condizioni in cui vengono costrette queste creature. All’interno degli allevamenti, infatti, viste le condizioni di privazione costante, nascono continuamente comportamenti stereotipati, che portano gli animali ad auto-mutilarsi a causa dello stress o fenomeni di cannibalismo. Tutto questo, lo genera l’uomo. Per avere una pelliccia.

QUALI SONO GLI ANIMALI PIU’ ALLEVATI

Ancora oggi, l’animale maggiormente allevato per la sua pelliccia è il visone. Subito dopo, la volpe. Ma sono tanti altri gli esemplari che “fanno gola” per il loro manto: dai cincillà alle linci, passando addirittura per i criceti e senza dimenticare conigli, ermellini e agnellini, sono oltre 70 milioni gli animali allevati nel mondo per le loro pelli. Secondo un’indagine effettuata dalla PETA, il 64% degli allevamenti sorge sul territorio del Nord Europa, l’11% è in Nord America, mentre la restante percentuale è distribuita tra le altre parti del mondo, dall’Argentina alla Russia, senza alcun tipo di distinzione.

Ma è in territori come l’Asia dove il mercato delle pellicce assume contorni ancor più inquietanti. Un’indagine segreta della Human Society of the United States ha rivelato come anche cani e gatti paghino con la stessa moneta di visoni e altri esemplari. Quelli che per noi sono animali da compagnia, in Oriente sono alla base di un’industria multimilionaria che, all’insaputa di molti, produceva quegli stessi capi che, in molti casi, si potevano trovare nelle vetrine delle più famose boutique americane o europee.

Ad oggi, in Europa, diversi Paesi stanno vietando l’allevamento di animali per la produzione di pelliccia o, comunque, spingono per forti restrizioni che, a lungo andare, portano alla cessazione di questa attività. L’Olanda, ad esempio, che è la terza nazione al mondo per produzione di pellicce di visone, nonostante gli interessi economici, ha deciso di fermare la produzione, facendo da apripista a Austria, Danimarca (che però ha detto basta solo per le volpi), Inghilterra, Irlanda del Nord, Scozia, Slovenia, Croazia e Bosnia.

In Italia? Ad oggi, tra Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Abruzzo, sono presenti una ventina di allevamenti di visoni nei quali sono imprigionati oltre 200mila creature innocenti. Molti altri rischiano di iniziare la “produzione”.

 LA SITUAZIONE IN ITALIA

È l’Associazione Italiana Pellicceria (AIP) a fornire l’affresco più esaustivo su ciò che sta vivendo il nostro Paese in questo periodo, spiegando come per i propri associati stiano arrivando tempi duri. Un qualcosa che, se vogliamo, fa tirare un mezzo sospiro di sollievo, anche se i numeri dei guadagni sono ancora da capogiro. La ricerca annuale commissionata a Price Waterhouse Cooper evidenzia che dal 2011 la produzione di pellicce in Italia è in costante declino. Dagli 1,6 miliardi di euro del 2011 (già in calo rispetto agli 1,8 miliardi del 2006 e 2007) il valore della produzione italiana nel canale commerciale è sceso a 1,2 miliardi. Tra il 2015 e il 2016 il calo è stato dell’11,3%. Tra gli operatori emergono preoccupazione e scetticismo: il 56% degli intervistati ritiene che il mercato sia in declino e il 41% che nei prossimi tre anni le pellicce perderanno altre quote di vendita. L’Italia è stata colpita anche dalle sanzioni economiche dell’Unione europea contro la Russia, che hanno compromesso le esportazioni di pellicce. E per il 2017 Price Waterhouse Cooper non prevede miglioramenti, ma solo cali più contenuti. Complice il cambio di gusto, che alla classica mantella predilige inserti più discreti, i negozi di pellicceria hanno perso incassi, mentre l’AIP riconosce che solo l’alta moda fa un uso massiccio delle pellicce. I prezzi continuano a calare anche a livello internazionale. Alla fiera Saga di Oslo la volpe nel 2016 si pagava 60 euro a pelle, il 52% in meno rispetto al 2015 e il 20% rispetto al 2012. Alla Kopenhagen Fur, in Danimarca, l’anno scorso il visone si acquistava a 29 € a pelle, contro il picco degli 81 nel 2013. Anche in Cina, Stati Uniti e Francia si comprano meno pellicce.

 L’IMPATTO AMBIENTALE

Quanto “costa” al nostro clima la produzione delle pellicce? È la domanda che dovrebbe porsi chi, ancora oggi, nonostante tutto, sceglie questo capo di abbigliamento. Spesso i materiali sintetici, che siano vestiti o altro, vengono criticati perché, secondo alcuni, fonte di inquinamento. Molto probabilmente in pochi sanno che 1 kg di pelliccia provoca un impatto sui cambiamenti climatici superiore di 14 volte rispetto al pile. In soldoni: 1 kg di cotone, acrilico e poliestere inquina meno e, pensate, non comporta la morte di nessun essere vivente. Senza contare tutto ciò che avviene nel procedimento di lavorazione della pelliccia, nemmeno lontanamente paragonabile a quello di altri materiali. La pelliccia che provoca l’impatto ambientale maggiore è quella di visone: per ottenerne almeno un chilo, devono essere uccisi oltre 10 animali. In più, occorre ricordare che anche nel periodo di detenzione il visone deve mangiare e, nel corso della sua vita, ha bisogno di circa 50 kg di cibo che, se moltiplicati per i visoni che vengono uccisi, diventano oltre 500: un chilo di pelliccia, quindi, costa oltre 500 kg di cibo. Una gestione dei costi folle e una fase di lavorazione successiva che, come se non bastasse, contribuisce alle emissioni di gas responsabili della riduzione dello strato di ozono e di tante altre problematiche ambientali.

Tutto per la pelliccia. Dite voi se vale la pena continuare su questa strada.