La Corte Strasburgo dice sì al’utilizzo di Gesù e Maria in pubblicità

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Agenpress – La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo  legittima e difende l’uso di simboli religiosi nelle pubblicità e condanna la Lituania per aver multato un’azienda che si è servita di Gesù e Maria su poster e internet per vendere vestiti. Secondo i giudici la multa inflitta per aver “offeso la morale pubblica” ha violato il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda.

I fatti risalgono al 2012 quando una società lituana che produce vestiti lancia una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di un uomo e una donna con l’aureola, lui in jeans e tatuato, lei con un vestito bianco e una collana di perline, accompagnati dalle frasi “Gesù, che pantaloni!”, “Cara Maria, che vestito!” e “Gesù e Maria, cosa indossate!”.
Le pubblicità hanno innescato una serie di proteste inviate all’Agenzia nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori.

La Corte si è schierata in difesa della casa di moda di Robert Kalinkin e condannando la Lituania a risarcire la multa di 580 euro emessa dallo Stato per aver utilizzato le icone sacre a scopo commerciale. La sanzione era stata emessa dall’Autorità statale di protezione dei diritti dei consumatori con l’accusa di ‘offesa alla pubblica morale’.

Decisione che secondo Strasburgo ha violato la libertà d’espressione dell’azienda. Tra le motivazioni della sentenza, secondo quanto riportato dall’informativa pubblicata sul sito ufficiale, il fatto che la pubblicità non apparire di per sé gratuitamente offensiva o profana, non incita all’odio su basi religiose, né attacca in modo palese la religione cristiana.

Nella sentenza odierna, che diverrà definitiva tra 3 mesi se le parti non faranno appello, i giudici affermano che le autorità nazionali hanno un ampio margine di manovra su questioni simili in particolare in casi che riguardano un uso commerciale dei simboli religiosi. Le pubblicità in questione “non sembrano essere gratuitamente offensive o profane” e “non incitano all’odio”, e che quindi le autorità sono tenute a fornire ragioni rilevanti e sufficienti sul perché nonostante questo sarebbero contrarie alla morale pubblica. Invece in questo caso per la Corte europea dei diritti umani le ragioni date dalle autorità “sono vaghe e non spiegano con sufficiente esattezza perché il riferimento nelle pubblicità a simboli religiosi era offensivo”.