Yemen. Gli ostacoli agli aiuti mettono a rischio la vita di milioni di persone

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– la coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita continua a imporre ostacoli all’ingresso nello Yemen di forniture essenziali e queste restrizioni sempre più stringenti potrebbero costituire crimini di guerra;
– nelle zone minacciate dalla fame, le autorità “di fatto” huthi ritardano in modo eccessivo le forniture di assistenza umanitaria e a volte chiedono tangenti per farle passare.


Agenpress. La vita di milioni di civili è in pericolo poiché la coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita limita l’ingresso nello Yemen tormentato dalla guerra di forniture essenziali come cibo, carburante e medicinali e la loro distribuzione viene poi rallentata dalle autorità huthi.

Lo ha dichiarato Amnesty International nel suo rapporto “Strangolamento“, nel quale denuncia l’imposizione di restrizioni eccessive all’ingresso nello Yemen di forniture e aiuti essenziali, mentre le autorità huthi ne ostacolano la distribuzione all’interno del paese. Questa situazione, cui si è aggiunto il recente sanguinoso attacco della coalizione a guida saudita contro la città portuale di Hodeidah, ha aggravato la già drammatica situazione umanitaria nello Yemen e costituisce una violazione del diritto internazionale.

“Le restrizioni illegali alle importazioni da parte della coalizione militare a guida saudita e le dannose interferenze degli huthi nella distribuzione degli aiuti stanno impedendo che beni e prodotti salva-vita raggiungano gli yemeniti che ne hanno disperato bisogno”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

“Questi provvedimenti stanno avendo conseguenze sempre più gravi per la popolazione civile. Milioni di persone sono sull’orlo della fame e hanno bisogno di assistenza umanitaria. Questa crisi, che è un prodotto degli esseri umani e non del caso, non può più essere ignorata. Il mondo non può più voltarsi dall’altra parte mentre nello Yemen le vite vengono lentamente soffocate”, ha aggiunto Maalouf.

Dal 2015 la coalizione militare a guida saudita ha rafforzato a più riprese il blocco navale dei porti di Saleef e Hodeidah, controllati dagli huthi, limitando l’ingresso di prodotti d’importazione e di conseguenza l’accesso della popolazione yemenita al cibo.

Le restrizioni e i ritardi imposti all’ingresso di carburante e medicinali hanno contribuito al collasso del sistema sanitario nazionale. Il fatto che le restrizioni siano state rafforzate dopo che gli huthi avevano lanciato missili contro Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, lascia intendere che esse siano equiparabili a una punizione collettiva nei confronti della popolazione civile yemenita, il che costituirebbe un crimine di guerra.

Le autorità huthi hanno a loro volta frapposto ostacoli alla distribuzione dell’assistenza umanitaria all’interno dello Yemen: operatori umanitari hanno raccontato ad Amnesty International di lunghi ritardi causati da procedure burocratiche eccessive.

La settimana scorsa, in un’ulteriore escalation della crisi, le forze yemenite leali alla coalizione militare a guida saudita hanno lanciato un’offensiva contro Hodeidah. Isolare questa fondamentale linea di rifornimenti peggiorerebbe quella che già oggi è la più grave crisi umanitaria al mondo.

Accesso ai porti limitato dalla coalizione militare a guida saudita
L’Arabia Saudita ha iniziato a ispezionare le navi e a ritardare o negare l’accesso ai porti del mar Rosso sin dal 2015, sostenendo che era necessario attuare l’embargo sulle armi deciso dalla risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza. Nello stesso anno, per rispettare tale embargo, è stato istituito il Meccanismo Onu d’ispezione e verifica nei confronti delle navi dirette ai porti yemeniti.

Tuttavia, la coalizione militare a guida saudita ha proseguito a ispezionare le navi, anche quelle autorizzate dal Meccanismo a entrare nei porti del mar Rosso, col risultato che queste ultime hanno dovuto attendere una media di 120 ore nel marzo 2018 e di 74 ore nel mese successivo prima di poter attraccare.

Il 15 marzo 2018 il Consiglio di sicurezza ha sollecitato gli stati membri a ispezionare le navi già autorizzate dal Meccanismo “in maniera efficiente e tempestiva”. La coalizione militare a guida saudita ha continuato a ignorare la richiesta e a usare il regime delle ispezioni per impedire l’ingresso nello Yemen di beni di prima necessità e di aiuti umanitari.

Questa situazione ha aggravato la mancanza di carburante che, a sua volta, ha ridotto l’accesso al cibo, all’acqua potabile e ai prodotti igienico-sanitari contribuendo alla diffusione di malattie prevenibili. Secondo cinque operatori sanitari intervistati da Amnesty International, la mancanza di carburante ha reso più difficile il funzionamento degli ospedali che ora hanno bisogno di generatori autonomi di elettricità.

“Questo sistema di ispezioni eccessive sta avendo effetti catastrofici sullo Yemen. Ritardando l’arrivo di forniture vitali come il carburante e i medicinali, la coalizione militare a guida saudita sta infliggendo crudelmente e intenzionalmente ulteriori sofferenze ai più vulnerabili tra i civili yemeniti”, ha commentato Maalouf.

“I blocchi che causano danni sostanziali e sproporzionali ai civili sono vietati dal diritto internazionale”, ha sottolineato Maalouf.

Le autorità huthi ostacolano la distribuzione degli aiuti all’interno dello Yemen
Amnesty International ha parlato con 11 operatori di alto livello di organizzazioni non governative presenti nello Yemen dall’inizio del conflitto, i quali hanno descritto tutta una serie di procedure attuate dalle autorità huthi per condizionare la distribuzione degli aiuti umanitari.

Procedure burocratiche arbitrarie ed eccessive limitano il movimento del personale umanitario e degli aiuti. La cosa più difficile è far uscire le forniture dai magazzini, una volta arrivate nello Yemen. In un caso, ci sono voluti due mesi per trasferirle dalla capitale Sana’a.

Le autorità huthi cercano anche di controllare la distribuzione degli aiuti, dai destinatari alle aree di arrivo.

“Spesso le forze huthi ci dicono di lasciar loro gli aiuti e che ci penseranno loro a distribuirli”, ha riferito uno dei funzionari intervistati da Amnesty International. Molti operatori umanitari hanno raccontato che rappresentanti del governo hanno chiesto tangenti per approvare progetti o spostamenti di personale umanitario.

Sulla base del diritto internazionale umanitario, tutte le parti sono obbligate a consentire e facilitare la distribuzione rapida e non ostacolata dell’assistenza umanitaria imparziale a tutti i civili che ne hanno bisogno. Esse, inoltre, devono garantire libertà di movimento al personale umanitario autorizzato.

“Le interferenze ripetute, eccessive e arbitrarie delle forze huthi nella fornitura e nella distribuzione degli aiuti sta causando profondi danni alla popolazione civile, le cui vite vengono così rovinate. Le autorità huthi devono cessare di porre ostacoli alla distribuzione degli aiuti e all’attuazione dei progetti umanitari e prendere provvedimenti per stroncare l’abitudine a chiedere tangenti”, ha commentato Maalouf.

Gli alleati dell’Arabia Saudita devono prendere posizione
Amnesty International sta chiedendo al Consiglio di sicurezza di fare in modo che tutte le parti in conflitto consentano alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie di portare a destinazione rapidamente e senza ostacoli cibo, carburante, medicinali e altre forniture mediche ai civili che ne hanno necessità.

Il Consiglio di sicurezza dovrebbe imporre sanzioni mirate nei confronti di chi ha ostacolato l’assistenza e ha commesso ulteriori violazioni del diritto internazionale umanitario.

“La coalizione militare a guida saudita deve cessare di ritardare l’ingresso dei prodotti d’importazione e dei beni di prima necessità nei porti del mar Rosso e consentire la riapertura ai voli commerciali dell’aeroporto di Sana’a. Gli stati che forniscono sostegno alla coalizione, in particolare Usa, Regno Unito e Francia, dovrebbero esercitare adeguate pressioni a tal fine”, ha concluso Maalouf.

Ulteriori informazioni
Tra dicembre 2017 e giugno 2018 Amnesty International ha intervistato 12 operatori umanitari, sei medici, altri tre operatori sanitari e cinque attivisti di base a Sana’a, Hodeidah e Ta’iz. Tutte le persone hanno parlato a condizione che fosse garantita la più rigorosa confidenzialità, per il timore che essere identificati avrebbe potuto esporre sé stessi e le loro famiglie a gravi pericoli o pregiudicare la possibilità di proseguire il loro lavoro senza ulteriori costrizioni.