Astaldi: concordato preventivo per salvarsi dalla mancata vendita sul Bosforo

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Agenpress. I vertici di Astaldi scelgono il concordato preventivo per salvare l’azienda dagli effetti della mancata vendita del Terzo Ponte sul Bosforo. La società, proprietaria dell’infrastruttura, contava di chiudere l’operazione entro la fine del mese di agosto, anche al fine di reperire liquidità necessaria a sostenere un aumento di capitale. Così non è stato e il consiglio di amministrazione si è visto costretto a presentare, dinanzi al Tribunale di Roma, una domanda di concordato preventivo “con riserva”, strumento, questo, necessario a “superare una temporanea tensione finanziaria”.

Astaldi precisa che continua a mantenere “una solida realtà industriale” ma il protrarsi della procedura di vendita del Terzo Ponte sul Bosforo “ha imposto di adeguare il complessivo Piano di rafforzamento patrimoniale e finanziario presentato al mercato. Tale Piano, basato, tra l’altro, sull’aumento di capitale già deliberato dall’assemblea e sulla cessione degli asset in concessione, deve, infatti, tenere conto delle conseguenze determinate dalle mancate disponibilità finanziarie nei tempi previsti”.

Una situazione che negli ultimi mesi si è fatta via via sempre più critica, complice l’instabilità degli scenari economici e politici della Turchia. I tempi dilatati per la cessione del terzo Ponte sul Bosforo hanno infatti bloccato la necessaria realizzazione dell’aumento di capitale da 300 milioni. Manovra, quest’ultima, che fa parte di un più ampio progetto di rafforzamento patrimoniale del valore complessivo di 2 miliardi. Come è noto, senza la valorizzazione dell’asset turco di fatto non scatta la garanzia di Jp Morgan sulla parte di aumento potenzialmente inoptata, ossia 150 milioni considerato che la quota restante dovrebbe venir sottoscritta dai soci storici (la famiglia Astaldi) e dalla giapponese Ihi.

Di qui la richiesta delle banche creditrici, tra le quali UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Bnp Paribas, di valutare una strada alternativa che metta al sicuro l’azienda e i suoi creditori.

La società, intanto, fa sapere che continuerà ad operare in regime di continuità aziendale e che è in fase avanzata lo studio di un nuovo piano in continuità aziendale.

Se il Tribunale, come pare probabile, accetterà la domanda, Astaldi avrà 120 giorni di tempo per presentare un piano di salvataggio, mentre i creditori saranno “congelati”. Tra i creditori ci sono anche i possessori di un bond da 700 milioni in scadenza nel 2020.
Ma qual è il piano di ristrutturazione a cui ora pensa Astaldi?

La società, da un lato, punta ad una concessione in affitto, a due newco di nuova costituzione possedute al 100% da Astaldi, dei rami di azienda comprensivi, il primo, delle attività eseguite tramite joint venture operation con partner internazionali e, il secondo, delle attività eseguite direttamente attraverso succursali locali (in entrambi i casi Astaldi rimarrà solidalmente responsabile con le società affittuarie dei rami d’azienda nei confronti dei committenti);

Dall’altro lato si punta all’acquisizione di finanza prededucibile e un aumento di capitale in esecuzione del concordato.

Inoltre il cda della società, che non pubblicherà la semestrale prevista oggi, ha deliberato di chiedere l’esclusione volontaria delle azioni della società dal segmento Star e il passaggio delle stesse al segmento Mta organizzato e gestito da Borsa Italiana.