Regus: 10 trilioni di dollari entro il 2030 dal lavoro flessibile

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Agenpress. Lavoro flessibile: non solo un benefit per il singolo lavoratore, bensì un meccanismo virtuoso per ogni sistema-paese che porterà un valore aggiunto lordo all’economia globale entro il 2030 pari a 10 trilioni di dollari. Ben oltre i Pil attuali di Giappone e Germania messi insieme.

A tanto ammonta il valore calcolato in The Added Value of Flexible Working, il primo studio socio-economico che analizza l’impatto di smart working & co., commissionato a economisti indipendenti da Regus.

Entro il 2030, si stima che nella maggior parte delle economie sviluppate una percentuale di impieghi compresa tra l’8% e il 13% potrà beneficiare di pratiche di lavoro flessibile. Ciò porterà a una riduzione dei costi per le imprese e a un incremento della produttività che innescherà una reazione a catena virtuosa per l’intera economia globale. Tra le nazioni che contribuiranno in misura maggiore al lavoro flessibile vi sono gli Stati Uniti (13%) e i Paesi Bassi (12,3%).

Mauro Mordini, country manager di Regus Italia: “Il lavoro flessibile è uno strumento molto potente e non bisogna fare l’errore di pensare che a trarne beneficio siano solo le aziende o i singoli lavoratori, perché anche la società e l’economia nel loro complesso hanno da guadagnarci. Le aziende non devono lasciarsi sfuggire l’opportunità di entrare a far parte di questa rivoluzione dello spazio di lavoro. Tutto ciò passa anche dal mettere a disposizione dei dipendenti ambienti di lavoro flessibili”.

Steve Lucas di Development Economics, autore del rapporto: “Il lavoro flessibile, come emerge dallo studio, costituisce un vantaggio per l’intera società: garantisce ai lavoratori tempo libero aggiuntivo, sviluppa l’economia promuovendo la creazione di posti di lavoro e incrementando la produttività. Queste proiezioni mostrano che il lavoro flessibile è una grande opportunità per l’economia globale, che aziende e individui non devono lasciarsi sfuggire”.