Intervista a Giorgio Tirabassi: “Se non racconti i cattivi è difficile credere ai buoni”

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Agenpress. Giorgio Tirabassi, attore e interprete di molti personaggi legati al mondo della giustizia è al momento impegnato nelle prove dello spettacolo teatrale “La Commedia di Gaetanaccio” di Luigi Magni, che esordirà al Teatro Eliseo di Roma a febbraio.

Lei è famoso per aver impersonato uomini che operavano per la “giustizia”. Indimenticabile il suo giudice Borsellino. Che esperienza è stata?
“Formativa sotto molti punti di vista, sia professionali che umani. Andare a raccontare la storia di un giudice così importante e avvicinarsi soprattutto alla sua sfera familiare, ha dato un’umanità incredibile al personaggio e anche a tutto il lavoro che abbiamo fatto. C’è stata enorme empatia con il pubblico. Quasi un affetto di tipo familiare. Quando abbiamo fatto la prima del film a Palermo al termine della proiezione c’è stato un silenzio spettrale, tutti guardavano a terra e noi non capivamo se era piaciuto. Una emozione assoluta. A Roma, invece, c’è stato un bellissimo applauso. Il successo riscosso in televisione ha portato molti ragazzi a scrivere alla produzione. Sono arrivate migliaia di lettere, non mail, di ragazzi che avevano deciso di studiare Giurisprudenza e avevano scelto questa strada dopo aver visto il film”.

Ha dichiarato che da quella interpretazione, ogni volta che parla di Borsellino continua a commuoversi…
“Beh, ora posso parlarne anche con distacco professionale ma tutto quello che c’è stato in quel periodo, anche il rapporto con la famiglia, con Agnese e con i figli, è stato qualcosa che non accade sempre. A me non era mai successo”

Secondo lei la televisione può essere un veicolo di memoria?
“Di fatto già lo è. Siamo davanti allo schermo e siamo sempre più soli davanti allo schermo. Appena i ragazzi iniziano a crescere e sono adolescenti usufruiscono del mezzo come meglio credono. Non più l’elettrodomestico, ma pc o telefonini. Scelgono cosa vedere e quando”.

Però la tv in qualche modo veicola anche altri messaggi. Pensiamo a Gomorra o a Romanzo Criminale…
“Secondo me il messaggio è sempre lo stesso, il cattivo nei film è sempre stato visto con un certo fascino, ma la cosa che deve prevalere alla fine è il senso di giustizia. Se non racconti i cattivi è difficile credere nei buoni. Si fa una scelta di campo, non può essere un film a determinare la scelta verso la legalità o l’illegalità”.

Poco tempo fa Gnews ha intervistato Flavio Insinna che ha recitato con alcuni detenuti all’interno del carcere di Pescara. A lei è mai capitato di esibirsi in carcere?
“Sì…ho fatto un lavoro lungo al carcere di Rebibbia con i detenuti. Ci ho lavorato per quasi un anno”.

Che esperienze le hanno trasmesso?
“Si condividono emozioni e tanti momenti insieme. E’ molto bello però alla fine tu esci e torni a casa mentre loro rimangono lì. Quando sono usciti, alcuni sono venuti a trovarmi: erano disorientati. C’era un ragazzo che è stato 30 anni dentro e quando è venuto sotto casa mia, al passaggio di un autobus, si è spaventato. Non era abituato”.

Il suo spettacolo Coatto Unico è stato pensato come il recital di un carcerato?
“Coatto a Roma ha doppia accezione. Però si giocava anche sul concetto di ‘ristretto’. All’inizio ho portato “Coatto Unico” nei teatri off, nei centri sociali, sempre in luoghi non ufficiali. Così anche nel caso di Rebibbia. Poi nei teatri a livello nazionale e anche in quei contesti ha ricevuto grande successo”.

 Cinzia Valente