Intervista a Gherardo Colombo: “Gli italiani si indignano solo per la corruzione dei potenti”

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Agenpress. Tra i componenti del cosiddetto pool di Mani Pulite spicca la figura di Gherardo Colombo. L’ex magistrato, che diede un contributo fondamentale alle indagini e ai processi che caratterizzarono l’inizio degli anni 90 in Italia, racconta quella stagione in un’intervista rilasciata a GNews.

Mani Pulite ha cambiato la storia del nostro Paese?
“Non credo che quell’inchiesta abbia cambiato l’Italia. Se ha avuto un effetto, questo è stato quello di diminuire i finanziamenti illeciti ai partiti. A mio avviso, la corruzione in Italia è sostanzialmente allo stesso livello in cui si trovava prima di Mani Pulite. Oggi si è riaffermato il senso di impunità che esisteva prima di quell’inchiesta. Quella stagione è la prova scientifica che un fenomeno di trasgressione così rilevante, diffuso, capillare e articolato qual è la corruzione, non può essere affrontato attraverso lo strumento giudiziario. Ci vuole altro, innanzitutto. Ci vuole cultura, ci vuole educazione, ci vuole la scuola”.

Quali analogie e quali differenze riscontra tra l’Italia del 1992 e quella del 2019?
“La corruzione muta un po’ col passare del tempo: oggi è meno sistematica, più anarchica ma le tasse si evadono tanto quanto allora. I capitali prendono la strada dell’estero, così come le imprese. Insomma, il senso della comunità, il senso dell’importanza di riconoscere a tutti le stesse possibilità di vita ancora non c’è. Prevale la discriminazione sulle pari opportunità, esattamente l’opposto di quanto indicato dalla Costituzione. Nei fatti, non è vero che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Semmai succede che i diritti e i doveri vengano distribuiti gerarchicamente: c’è chi può tanto e ha pochi carichi e chi può poco e di carichi ne ha parecchi. E’ un problema che prima ancora che di amministrazione della giustizia in senso stretto, credo sia di giustizia sociale. Penso, ad esempio, alla dignità della retribuzione, che dovrebbe garantire una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Penso alla sanità: la Costituzione afferma che la Repubblica tutela la salute delle persone, il che vuol dire che le liste d’attesa di 3, 4 o 5 mesi per sottoporsi a un esame sono incostituzionali. Questo vuol dire che le nostre leggi cozzano con la realtà e con la distribuzione reale dei diritti e dei doveri”.

La corruzione si può sconfiggere? Se sì, in che modo?
“Con tanta educazione. I problemi si affrontano cercando di prevenirli, non attraverso la repressione. E’ necessario che le persone arrivino a convincersi che osservare il principio della pari dignità è un bene a tutela di tutti. Se non si arriva a questo, se ci limitiamo a rispondere a delle regole solo per obbedienza e non per convinzione, tutte le volte che ci serve l’obbedienza viene meno. Tanto più se i controlli sono approssimativi. Cosa naturale, del resto, perché se dovessimo controllare effettivamente tutto quel che succede, dovremmo destinare tante di quelle risorse all’opera di controllo che poi non ne avremmo a disposizione per altro. Credo molto nella prevenzione, che fa rima con educazione e vuol dire accompagnare le persone a vedere che risulta utile per tutti avere la possibilità di realizzare la propria vita, avere la stessa libertà: l’articolo 13 della Costituzione dice che la libertà personale è inviolabile, purtroppo non è così per tutti. Per tanti magari esiste, ma viene meno la possibilità di gestirla”.

Torniamo al 1992. Come operò il pool di Mani Pulite e quali difficoltà incontrò nella sua azione?
“All’inizio non vi furono difficoltà, anzi. C’erano file di imprenditori davanti agli uffici di Di Pietro, di Davigo, del mio: venivano a raccontare cose che noi non immaginavamo neanche. C’era una visione complessiva, generale, secondo cui la corruzione era un male. Io credo che questo dipendesse dal fatto che i reati che scoprivamo riguardavano persone in cui difficilmente ci si poteva riconoscere. Erano troppo in alto. Era difficile riconoscersi in un parlamentare, in un sindaco di una grande città come Milano, in un ministro, in un presidente del Consiglio. E allora tutti a dare addosso, talvolta anche in modo poco corretto. Poi, via via che le indagini sono andate avanti, sono cominciate le difficoltà. Perché le prove che prima ci portavano verso chi stava in alto, cominciavano a portarci anche verso il basso: il vigile urbano che fa la spesa gratis e in cambio non controlla la bilancia del salumiere, l’ispettore del lavoro che per pochi soldi non si accorge che nel cantiere mancano le cinture di sicurezza e le scarpe antiscivolo; oppure l’infermiere che per duecentomila lire segnala all’impresa di pompe funebri che nell’ospedale è morta una persona permettendole di arrivare per prima e di accaparrarsi il funerale. Potrei farle migliaia di altri esempi. A quel punto, i cittadini italiani hanno cominciato a chiedersi: ‘Questi cosa vogliono? Vogliono venire a vedere cosa faccio io?’. Fatalmente, le bocche si sono chiuse, i documenti sono scomparsi e mille difficoltà sono subentrate giorno dopo giorno. Dopodiché ci si è messo anche il legislatore, che ha cominciato a fare leggi che, non dico impedivano, ma certamente rendevano molto difficile la scoperta della corruzione e molto più facile difendersi dalle indagini”.

Oggi sarebbe riproponibile un’inchiesta come quella che avete portato avanti nel 1992?
“Secondo me un’inchiesta di quel tipo oggi sarebbe impossibile. E anche inutile. Bisogna operare altrove. Mi sono dimesso dalla magistratura con 14 anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale perché, a mio avviso, in Italia affinché si rispettino le regole è necessario che le persone non abbiano paura della sanzione, ma siano intimamente convinte che è giusto rispettare le regole. Educazione, educazione e ancora educazione. Cominciando dalla formazione degli insegnanti, che spesso vengono lasciati allo sbaraglio perché non sono stati formati per conoscere e comprendere qual è la struttura sociale disegnata dalla Costituzione. E di conseguenza comunicarla agli altri. La giustizia intesa come amministrazione dovrebbe essere veramente l’ultimo rimedio per quei pochi che trasgrediscono, non l’interprete principale. Sarebbe auspicabile che le forze dell’ordine avessero tanto tempo libero per via di un calo della delinquenza. Magari perché si prende coscienza del fatto che delinquere è una cosa che non paga. Perché ci si penalizza reciprocamente”.

Gianluca Rubino