Caso Siri. Di Maio e la “giustizia di partito”. Non ha nulla a che vedere con la Giustizia

435

Agenpress – Tommaso Moro (1478-1535), è stato un avvocato, umanista e politico inglese; descrisse ne l'”Utopia” un luogo abitato da una società ideale. Fu cancelliere di Enrico VIII d’Inghilterra che lo fece decapitare, perché si era rifiutato di riconoscerlo come capo della nuova Chiesa Anglicana.

Tommaso Moro riteneva che il rispetto della legge fosse a garanzia di tutti, ma non fu così nel contrasto con Enrico VIII.

Torniamo ai giorni nostri, qualche secolo dopo, e affrontiamo il tema della legge quale garanzia per tutti i cittadini.

Il caso è dato dalla vicenda del senatore e sottosegretario Armando Siri, il quale è indagato per corruzione in relazione alle telefonate di altre due persone, una delle quali avrebbe contatti con un mafioso. Usiamo il condizionale perché l’indagine è in corso.

Il Capo politico del M5S, vicepremier e ministro, Luigi Di Maio, ha chiesto le dimissioni di Siri, il quale si dichiara innocente e chiede di essere sentito dai magistrati.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dichiara che la questione delle dimissioni è di opportunità politica. Aggiunge, Di Maio, che sulla questione morale il movimento non arretra.

Noi rimaniamo fermi nel rispetto di quanto affermato dalla Costituzione, per la quale un cittadino è innocente fino a sentenza definitiva. Lo abbiamo ricordato anche per le vicende della sindaca di Roma, Virginia Raggi e per quelle del presidente penta stellato del Consiglio Comunale capitolino, Marcello De Vito, tuttora agli arresti con l’accusa di corruzione.

Se di opportunità politica e di moralità si tratta, dobbiamo chiederci perché si chiedono le dimissioni di un Siri indagato e, invece, è stata accettata l’inserimento di Siri nel governo, quando lo stesso è stato, in precedenza, condannato per bancarotta fraudolenta, fatto noto anche ai penta stellati.

Dunque, vale più una indagine di una condanna per stabilire l’opportunità politica e la moralità? O la sete di potere e di poltrone fa accettare quello che, prima, sarebbe inaccettabile per il M5S che, dopo, cambia opinione in vista delle prossime elezioni europee e, quindi, delle future poltrone?

Si chiama giustizia di Partito e non ha nulla a che vedere con la Giustizia.

Primo Mastrantoni, segretario Aduc