Migranti. Oms Europa. Si ammalano di meno e vivono più a lungo. Preconcetti sulla loro salute

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Agenpress – I circa 90 milioni di migranti e rifugiati presenti in Europa vivono più a lungo rispetto al resto della popolazione europea, si ammalano meno e fanno meno ricorso all’ospedale. Ma questo “vantaggio di salute tende a ridursi” col passare degli anni di permanenza nei paesi di arrivo. Mentre “il rischio di trasmissione di malattie infettive dalla popolazione migrante a quella europea risulta molto basso”. E’ quanto emerge dal Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), presentato oggi presso il Ministero delle Salute.

“A volte abbiamo preconcetti sulla salute dei migranti, ma ora abbiamo concrete basi scientifiche per ridurre i miti a riguardo”, dice Piroska Östlin, vicedirettore dell’OMS Europa.  “Non è solo importante fornire cure ai migranti che si ammalano, ma anche mantenerli in salute. Se riusciremo a fare questo i risultati saranno straordinari per tutta la società”.

Tra gli stranieri resta più alto il tasso di incidenza di malattie infettive, come Tubercolosi e Hiv, contratte spesso durante il viaggio o anche nei paesi di destinazione ma con “un rischio molto basso di trasmissione alla popolazione dei Paesi ospitanti”. Per quanto riguarda però la Tbc, l’80% dei casi di contagio, riguarda 18 paesi dell’Europa dell’Est; inoltre, nei Paesi Europei, solo il 30% dei nuovi casi viene notificato tra migranti o rifugiati. In particolare, rispetto all’Italia, i dati del Ministero della salute indicano che, nonostante sia costantemente aumentata la presenza di migranti in Italia, negli ultimi 15 anni il numero di casi di tubercolosi, è rimasto pressoché costante (circa 4.500 segnalazioni l’anno) ed è diminuita l’incidenza nella popolazione generale: da 9,5 casi su 100.000 abitanti nel 1995 a 6,6 nel 2016. Quanto all’Hiv, secondo il rapporto Osservasalute, basato sui dati del Registro Nazionale AIDS dell’ISS, la percentuale di stranieri sul totale dei casi segnalati è passata dal 3% nel 1992 al 33% nel 2016.