Scandalo Sanità Umbra. Procuratore De Ficchy. “I perugini debbono avere più coraggio”

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De Ficchy ap

“Non basta scrivere lettere anonime alla Procura”


Agenpress. A pochi giorni dall’anniversario della strage di Capaci il capo della Procura di Perugia, Luigi De Ficchy, si racconta ad In Terris. Ripercorrendo la sua lunga carriera, traccia un bilancio e riferendosi all’inchiesta sulla sanità umbra che sta conducendo parla di scenario “inquietante”.

Procuratore De Ficchy quali reminiscenze ha del 23 maggio 1992?
“All’epoca lavoravo alla Procura di Roma. Qualche giorno prima Falcone, che al Ministero della Giustizia era direttore degli Affari Penali, mi aveva aiutato per una rogatoria in Russia per l’inchiesta su Gladio. Era un uomo molto pratico e veloce nelle decisioni. Quando arrivò la notizia ero in procura e fu un vero shock. Tenga presente che nel biennio 1985-1986 proprio con lui avevamo organizzato un pool di magistrati che facevano coordinamento spontaneo sia in materia di terrorismo sia per la criminalità organizzata. Ci vedevamo a Roma o a Palermo e si scambiavano notizie in maniera del tutto naturale. Perché allora non esisteva la Procura nazionale antimafia. Eravamo tutti abbastanza giovani, con grandi incarichi di responsabilità”.

Ritiene il 416 bis una norma ancora attuale?
“Per me è assolutamente attuale. Quello che deve andare a regime è la cultura dei nostri giudici. Il 416 bis è una costruzione ancora perfetta, perché dà la possibilità di combattere non solamente la mafia che spara. Ma anche la mafia degli affari che oggi è la più pericolosa. Quando vado ai convegni e parlo con i colleghi, quello che cerco di stimolare è un salto culturale dell’opinione pubblica e della nostra magistratura. Troppo spesso si pensa che laddove non c’è controllo materiale del territorio non si debba rubricare l’ipotesi di reato mafioso. Invece non è così. Proprio questa tipologia di reato permette di combattere la mafia dei colletti bianchi che ricicla, investe, inquina e controlla appalti. L’unica cosa non attuale è una certa cultura che non riesce ad aggiornarsi e migliorare”.

Lei ha indagato su alcuni dei pù importanti fatti della stagione stragista. Qual è l’eredità di quell’epoca?
“Una stagione conclusa ma i cui segni sono stati pesanti. D’altronde tutto quello che viene dopo è figlio di quanto c’è stato prima. Ciò è testimoniato dal processo sulla trattativa Stato-mafia. Gli sforzi della magistratura sono diretti ad accertare i vari reati di quel periodo, però si è sempre in ritardo sull’attualità. Il cambiamento maggiore che ha lasciato quel periodo della nostra storia è stato lo scarto tra la sensibilità dell’opinione pubblica su questi avvenimenti e la realtà criminale stessa. E ciò ha provocato un grande danno al Paese. Infatti adesso in Italia non c’è regione che non abbia problematiche gravi di inquinamento mafioso. La nazione è infiltrata negli organismi commerciali, nelgi appalti, nelle finanziarie. Anche le istituzioni sono infiltrate”.

Durante la sua lunga esperienza ha mai avuto modo di occuparsi di mafia nigeriana?
“Alla Procura nazionale antimafia studiavamo e affrontavamo non solo i singoli procedimenti ma anche i fenomeni. Per cui era fondamentale osservare la dinamica non della singola ipotesi di reato, ma inquadrare il contesto dei vari procedimenti e coordinarli fra di loro. A Perugia abbiamo affrontato vari processi che hanno riguardato la mafia nigeriana, organizzazioni dedite al traffico dei migranti con vari referenti in molte città italiane. Nella maggior parte dei casi le vittime sono donne portate con i barconi e poi obbligate a prostituirsi sul suolo italiano. Di recente abbiamo fatto due grossi provvedimenti contro la tratta di queste donne. Posso aggingere che la mafia nigeriana è molto sottovalutata nel nostro Paese, gran parte di queste donne che arrivano in Italia debbono subire e sottostare a dei riti veramente terribili. Vengono private della loro identità e l’unica speranza che hanno è pagare il prezzo del riscatto”.

Quale consiglio darebbe ai giovani magistrati?
“Bisogna studiare i precedenti. La Procura nazionale antimafia è un’istituzione che ci invidia tutto il mondo giudiziario europeo e non. Può essere veramente la risorsa ulteriore rispetto ai singoli distretti e procure. Perché ha una banca dati importantissima. I giovani devono sapere che esiste questo mezzo importante, che proprio Falcone volle per primo. Il coordinamento delle varie indagini che confluisce nella banca dati è essenziale. Per cui quando devono appurare qualcosa su un fenomeno, su un individuo e più in generale sulla storia delle persone li esorto a rivolgersi al procura nazionale”.

La soddisfazione più grande e la delusione più grossa della carriera?
“Il momento più esaltante quando siamo riusciti a a catturare le brigate rosse che uccissero il povero Ruffilli. Due anni di sacrifici perché era una situzione davvero complessa. L’insoddisfazione maggiore è stata quella di non aver visto ricinosciuta l’associazione mafiosa per la Banda della Magliana nel 1995. Che controllava secondo me militarmente parti del territorio di Roma. Poi per fortuna dopo 20 anni è stato riconosciuto un pezzettino di quell’inchiesta (riferimento al processo di appello su Mafia Capitale ndr)”.

Gli italiani sono condannati alla corruzione endemica o la si può sconfiggere?
“La vinceremo soltanto se ci diamo delle leggi che consentono di affrontare i fenomeni in maniera incisiva e senza garantismi inutili. La nostra procedura penale fa ripetere le indagini di continuo. Trovo positivo che abbiano aumentato le pene, comunque la prescrizione la fa ancora da padrone nei nostri procedimenti. Dunque l’unica cura è la certezza della pena, sennò non potremo combattere nessun fenomeno in maniera adeguata. Diciamo che è andata meglio con i processi sulla criminatlità organizzata, proprio perché per tanti anni hanno avuto un regime procedurale diverso”.

Quest’ultimo incarico di capo della Procura di Perugia si conclude con una indagine molto pesante. I perugini secondo lei possono recuperare fiducia nel settore della sanità?
“Penso di sì, ma credo che i cittadini di Perugia debbono avere più coraggio. Hanno visto che per l’autorità giudiziaria è possibile fronteggiare queste situazioni. Però non basta scrivere lettere anonime alla procura. Ci si deve presentare e dire: “Io so questo”. Le vittime debbono essere consapevoli che potranno avere aiuto. Questa inchiesta ha presentato uno scenario inquietante che non è stato facile affrontare dato l’ambiente. Però ci siamo riusciti”.

Giuseppe China (In Terris)