Falcone. Caselli: “stava sconfiggendo la mafia col maxi processo, anziché essere aiutato fu ostacolato”

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Agenpress – “Sono le più celebri parole di Giovanni Falcone.  La fine della mafia però bisogna volerla e organizzarsi perché arrivi. Il problema non è tanto dire che la mafia finirà, il problema è mettersi d’accorso su cosa serve per farla finire. Falcone diceva anche che: una singolare convergenza fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica sono fatti che non possono non presupporre un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che devono essere individuati e colpiti se si vuole voltare pagina. Io credo che ancora oggi questa contiguità tra la mafia e pezzi del mondo legale sia il punto di forza della mafia, la spina dorsale del potere mafioso”.

Lo dice il magistrato Gian Carlo Caselli  intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campus.

“Se si vuole voltare pagina bisogna affrontare questi problemi, se invece non si vuole voltare pagina la mafia non sarà mai debellata. La contiguità esiste praticamente da 200 anni, da quando la mafia è in pista. La componente predatoria dei vari traffici fa della mafia una banda di gangster, ma tutte le bande di gangster dopo 40-50 spariscono, invece la mafia ce l’abbiamo ancora sul groppone. Vuol dire che sono gangster, ma hanno anche complicità esterne: coperture, collusioni. C’è anche un problema più che culturale, c’è un pezzettino del nostro dna che ci porta ad occuparci dei fatti propri, a stare chiusi nel perimetro delle proprie comodità e dei propri egoismi, non vedere, non sentire, non parlare. La copertura dei comportamenti che dovrebbero essere denunciati è un problema sociale”.

Sulla presenza dei ministri alla commemorazione di Falcone. “E’ da 27 anni a questa parte che ogni volta che c’è una commemorazione per Falcone e Borsellino si polemizza, cercando il modo giusto, affinché non siano celebrazioni retoriche fine a se stesse. Quest’anno mi sembra che le polemiche siano particolarmente accese per la presenza di alcuni ministri. Ho letto anche che l’ordine degli interventi è deciso dalla Rai e allora c’è davvero spazio per fare di questa manifestazione non un ricordo, ma una sorta di show e questo è pericoloso. Non bisogna mai mollare il pezzo, bisogna essere presenti, bisogna occupare gli spazi con confronto e dialettica ma se in questo caso gli spazi sono decisi dalla Rai allora questa necessità di essere sul pezzo per discutere e confrontarsi viene declinata in maniera poco simpatica”.

Sugli attacchi della politica alla magistratura. “Io sono fuori da 5 anni, non sono più conoscitore in presa diretta di questi problemi. Posso dire però che i magistrati sono circa 9mila quindi è difficile generalizzare. Ogni magistrato ha storia a sé, può corrispondere a un modello ottimo o a un modello poco apprezzabile. Detto questo, il magistrato non vive in una torre d’avorio, respira l’aria che lo circonda. A forza di sentire polemiche sulla magistratura politicizzata, a forza di attacchi a volte furibondi, magari inconsapevolmente il magistrato medio può dire: ma chi me lo fa fare? Potendo scegliere tra due decisioni diverse, scelgo quella che mi espone meno ai rischi di attacchi e delegittimazioni. Io confido però che i magistrati sappiano sempre trovare la forza di essere indipendenti e rispondano sempre alla legge e alla loro coscienza, non al palazzo. E’ giusto celebrare Falcone, ma si dimentica quello che aveva dovuto subire quando era in vita. Falcone stava sconfiggendo la mafia col maxi processo, ma invece di essere aiutato ad andare avanti è stato ostacolato. E’ stato travolto da una tempesta di polemiche. Lo si accusava di essere professionista dell’antimafia, carrierista spregiudicato. Alla fine Falcone è stato cacciato via da Palermo, ha dovuto approdare al ministero di grazia e giustizia di Roma, dove ha continuato a lavorare creando la moderna antimafia. Finchè si occupava dei mafiosi di strada andava bene, quando ha iniziato a occuparsi delle contiguità è stato bastonato professionalmente parlando”.