L’ opinione di Roberto Napoletano. La forza di agire nel momento di massimo allarme. La lezione di Pescatore e Di Vittorio nell’Italia del vaniloquio

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Roberto Napoletano Direttore del Quotidiano del Sud e l'Altravoce dell'Italia

Agenpress. “Lo voleva bene pure le pietre, non saccio come ha fatto a morì”. “Mi sono permesso anche di contare le corone, centoventi corone. Centoventi corone e un’ottantina di cuscini”. Voci di Cerignola, nel giorno dell’addio a Giuseppe Di Vittorio, si mescolano i dialetti per le strade di Roma e “gridano” insieme stupore e amore. Si percepisce l’affetto dei braccianti vecchi e nuovi, la sua cafoneria, il trasporto di tutti verso un uomo che “invece di dormire cominciava a studiare con il lumino”.  

Ho davanti agli occhi le scene del documentario di Carlo Lizzani e sorrido pensando a questo bracciante figlio di bracciante e leader storico della Cgil, Di Vittorio, che disse sì alla Cassa per il Mezzogiorno e no all’invasione dell’Unione Sovietica in Ungheria polemizzando tutte e due le volte con il PCI di Togliatti.

Penso al suo coraggio “eretico” che contribuì a porre le basi del miracolo economico italiano. Alla sua capacità di fare scelte audaci a fianco di uomini del fare del valore di Pescatore, Menichella e Saraceno e di imprenditori come Angelo Costa. Provo un sentimento di riconoscenza.

Ricordo gli occhi lucidi e lo scatto sulla sedia di Gabriele Pescatore quando mi racconta la conversazione tra lui, presidente della Cassa per il Mezzogiorno, e il neo ministro, Giulio Pastore, storico leader della Cisl, in un lunedì della quarta settimana di luglio del ’58.  Pastore chiama il giurista Pescatore professore, il giurista “padrone” della Cassa non ha fiducia nell’ex sindacalista, non lo ritiene all’altezza del suo predecessore Campilli come ministro del Mezzogiorno.

Diciamo che i due non si intendono, non si prendono, la conversazione è decisamente animata e si protrae da oltre trenta minuti. Pastore sbotta: “Professore, non ci possiamo capire. Parliamo due linguaggi diversi. Lei ignora il ruolo preminente dei lavoratori. Io non dimentico il sistema e le norme, ma punto sugli uomini. E come ministro intendo affermare questo principio”. “Questa volta signor ministro, esagera. Sì, sta proprio esagerando…” Pescatore non ha più nulla da dire. Si alza senza salutare e infila la porta. Pastore resta interdetto. Muto. Dal giorno dopo, ogni mattina fino a sabato Pastore telefona alla presidenza della Cassa e chiede di potere parlare con Pescatore. La risposta che riceve è sempre la stessa: il presidente è impegnato in una riunione. Sette giorni dopo, senza preannunciarsi il ministro Pastore si presenta al palazzone della Cassa all’Eur e entra direttamente nella stanza di Pescatore. Esordisce così: “Non le pare, professore, non fosse altro per la mia età, che non si sia comportato bene a negarsi al telefono?”.

Pescatore comprende di avere commesso un errore, va incontro a Pastore, e chiede scusa. Si abbracciano.  Pastore era nato a Genova, ma era cresciuto nelle valli delle risaie vercellesi, tra Aranco e Borgosesia, e aveva dovuto lasciare la scuola a dodici anni per andare a lavorare in Valsesia, alla “Manifattura Lane”, dove la madre faceva l’operaia a cottimo. A quest’uomo del Nord che aveva avuto come scuola di vita e università l’Azione Cattolica, il Sud deve un tributo di riconoscenza che vale per sempre. Volle ostinatamente che si investisse nelle risorse umane, in quelle che lui chiamava scuole di “educazione civile”, una battaglia culturale vinta con il radicamento delle convinzioni e  il carisma della persona. Pescatore era convinto che la sua Cassa dovesse portare l’acqua nelle case, sistemare le strade, rifare la rete fognaria e che alla formazione dovesse pensarci la scuola. Poi si “innamorò” di Pastore, ne condivise il trasporto ideale e la lungimiranza del pensiero, afferrò l’importanza delle “visite pastorali” da una piazza all’altra per incontrare la gente del Sud.

In quegli anni i grandi progetti di ricerca e di formazione presero corpo, diventarono parte viva di un disegno di rinascita che non solo trasformò un Paese agricolo di secondo livello in una potenza economica mondiale ma ridusse con forza il divario economico e civile tra le due Italie. In quella stagione la scuola e gli investimenti venivano prima delle mance, delle clientele politiche e familiari, e delle ruberie sistemiche dei ricchi ai poveri che segnano i tempi magri di oggi dove l’austerità delle anime, a volte, fa tutt’uno con quella dei portafogli.

 Perdonatemi questo lungo sguardo all’indietro, dove un posto d’onore spetta anche a Italo Viglianesi fondatore della Uil e al suo autonomismo socialista di matrice nenniana, ma mi è venuto in questa giornata di pensare ai Grandi del sindacato perché quello che fanno oggi unitariamente, a Reggio Calabria, Landini, Furlan e Barbagallo appartiene alla storia nobile del movimento sindacale che è quella di essere forza attiva del Paese. Significa porre oggi al centro della politica economica il Mezzogiorno, urlare no alla rapina dell’autonomia differenziata e mobilitarsi nelle piazze. Significa spalancare gli occhi sulla fuga di cervelli del nostro Mezzogiorno che ha oggi le sembianze di un esodo e rappresenta, forse, lo scippo più lacerante dal Sud al Nord del Paese e, complessivamente, dall’Italia al resto del mondo, perché l’indebolimento alla fine è sempre generale.

Il coraggio di essere classe dirigente del Paese significa dire con chiarezza, come ha fatto il 31 maggio il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e come fanno oggi i leader sindacali, che il divario territoriale va collocato nel punto più alto dell’agenda delle cose da affrontare, perché costituisce il problema che ha segnato la storia economica dell’Italia dall’unità a oggi e, allo stesso tempo, rappresenta l’unica opportunità possibile per uscire dalla Grande Crisi della doppia recessione.  Questo giornale ha documentato lo scippo che da dieci anni in qua, con miopia assoluta, le Regioni e i Comuni ricchi fanno a spese delle Regioni e dei Comuni poveri con il gioco delle tre carte in salsa leghista che rappresenta per la classe dirigente di questo Paese la vergogna delle vergogne. Il marchingegno si chiama legge Calderoli e prevede che in materia di sanità, scuola, trasporti, tutti i cittadini sono uguali e vanno, quindi, definiti i livelli essenziali di prestazione (Lep) e i fabbisogni standard, ma in attesa di determinarli compiutamente si procede con il criterio della spesa storica. Dovevano farlo in qualche mese, sono passati dieci anni e non è successo niente.

Nel frattempo, per capirci, la spesa storica (carta vince) ha dettato le regole mentre Lep e fabbisogni (carta perde) non sono mai entrati in partita et voilà: il ricco diventa sempre più ricco e il povero diventa sempre più povero perché ogni anno decine e decine di miliardi (61 in termini assoluti) dovuti alle famiglie del Mezzogiorno sono diventati sostegno assistenziale alle famiglie del Nord. La chiave dello scippo è nei forzieri delle Regioni e dei Comuni che, appropriandosi di ciò che non è loro, erogano, ad esempio, tremila euro l’anno di spesa per gli asili nido pro capite ai bambini del Nord, 200 nel Centro, 88 in Calabria, 19 a Reggio Calabria. Scena che si ripete con importi analoghi in proporzione per mense scolastiche, scuole a tempo pieno, ospedali, pulmini, treni a alta velocità, e così via. Le principali istituzioni contabili e statistiche della Repubblica italiana hanno confermato le inchieste del giornale e forniscono puntualmente, nei loro rapporti tecnici, il tracciato di una tac che ricostruisce analiticamente il percorso di fondi sottratti a asili nido e mense scolastiche per i bambini del Sud e destinati invece a alimentare il poltronificio assistenziale lombardo-Veneto di micromunicipalizzate o commistioni, a volte, ancora peggiori tra impresa, politica e, addirittura, criminalità organizzata.

Questa è l’Italia dello scippo di Stato che la “banda del buco” del Grande Partito del Nord vuole ora addirittura costituzionalizzare per sempre (senza neppure una consultazione elettorale nazionale) appropriandosi di una cassa che non è sua e sancendo, attraverso la secessione dei ricchi attuata magari per decreto, la fine dell’unità nazionale. Incredibile, certo, terribile, gravissimo, sicuro; ma, purtroppo, tutto vero. Siamo al punto di massimo allarme.

Nel Paese del vaniloquio dove ci ritroviamo sotto processo in Europa solo per eccesso di bullismo sovranista, fuochi di artificio da campagna elettorale e occultamento di notizie contabili a fini demagogici, il rischio (concreto) di fare pagare al Sud, saccheggiandolo fino a svuotarlo, il conto di tanto dilettantismo c’è tutto. Non serve a nessuno, tanto meno ai ricchi, che avranno qualche giovamento nel breve termine dall’ultimo scippo, ma poi si scopriranno più poveri e colonizzati da francesi, tedeschi e cinesi. Si faccia piuttosto il cammino inverso, si faccia tesoro della lezione dei Di Vittorio, dei Pastore, dei Pescatore, del siculo-valtellinese Saraceno, dei Campilli e dei Menichella.

Si chiami alla mobilitazione responsabile la classe dirigente meridionale e se non c’è o latita si prenda atto per sempre che non avrà più diritto di avere voce in capitolo, direi proprio di “esistere” visti gli scempi ricorrenti del passato e la gravità del momento presente. Si abbia come stella polare la coerenza meridionalista di De Gasperi e si riparta come oggi da Reggio Calabria per sbaraccare le Regioni e porre mano a una più equa redistribuzione delle poche risorse pubbliche disponibili. Si mettano al centro gli investimenti produttivi e si cominci dai territori meridionali. Si farà ripartire l’economia e si eviterà al Paese l’umiliazione della perdita della sovranità. 

di Roberto Napoletano Direttore del Quotidiano del Sud e l’Altravoce dell’Italia