Amnesty International accusa i produttori di armi: non tengono conto dei rischi per i diritti umani

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Agenpress. Mentre si preparano a partecipare a Defence & Security Equipment International, una delle più grandi fiere mondiali del settore in programma a Londra dal 10 al 13 settembre, Amnesty International ha accusato i principali produttori di armi – come Airbus, BAE Systems e Raytheon – di non applicare la dovuta diligenza per scongiurare il rischio che i loro prodotti siano usati per compiere violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.

Per redigere il suo rapporto “Delegare le responsabilità“, Amnesty International ha contattato 22 produttori di 11 stati – tra i quali Airbus (Olanda), Arquus (Francia), Boeing (Usa), BAE Systems (Regno Unito), Leonardo (Italia), Lockheed Martin (Regno Unito), Raytheon (Usa), Rosoboronexport (Russia), Thales (Francia) e and Zastava (Serbia) – chiedendo loro informazioni su come essi assolvano la loro responsabilità di rispettare i diritti umani ai sensi degli standard riconosciuti a livello internazionale. Molti produttori forniscono armi a stati accusati di crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Nessuno degli otto produttori che hanno risposto è stato in grado di spiegare in modo adeguato come viene incontro alle sue responsabilità nel campo dei diritti umani né di dimostrare un’idonea dovuta diligenza. Gli altri 14 non hanno risposto affatto.

“Il ruolo dei produttori di armi nei devastanti conflitti segnati da gravi violazioni dei diritti umani è da troppo tempo l’elefante nella cristalleria. Se stati come il Regno Unito sono giustamente portati in tribunale per via dei loro irresponsabili accordi in materia di vendita di armi, i produttori che traggono profitto dalle forniture agli stati coinvolti in quei conflitti restano ampiamente impuniti”, ha dichiarato Patrick Wilcken, ricercatore di Amnesty International sui controlli degli armamenti.

“Non uno dei produttori contattati ha saputo dimostrare l’applicazione di un’idonea dovuta diligenza in materia di diritti umani: un dato che mostra un’allarmante indifferenza ai costi umani dei loro affari ma che potrebbe anche condurre all’apertura di indagini per complicità in crimini di guerra”, ha aggiunto Wilcken.

Se gli obblighi internazionali degli stati sono definiti in modo chiaro dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla normativa nazionale e regionale, il ruolo determinante dei produttori che forniscono beni e servizi militari è spesso sottovalutato, nonostante la natura spesso intrinsecamente pericolosa dei prodotti venduti.

Il caso dello Yemen
Alcuni dei produttori presenti alla fiera di Londra hanno fatto profitti per milioni di dollari con la fornitura di armi e servizi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti impegnata da oltre quattro anni in una campagna militare nello Yemen.

BAE Systems, Boeing, Lockheed Martin e Raytheon tra gli altri hanno avuto un ruolo determinante nell’armare una flotta di aerei da combattimento che ha ripetutamente colpito obiettivi civili come case, scuole, mercati e ospedali.

Nessuno di questi produttori ha spiegato quale dovuta diligenza sia stata esercitata per valutare e affrontare i rischi derivanti dalla fornitura di armi e servizi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In un caso Amnesty International ha rinvenuto i resti di una bomba prodotta da Raytheon nel luogo dove, nel 2017 nella capitale yemenita Sana’a, un attacco aereo aveva causato la morte di sei bambini e dei loro genitori.

Quando Amnesty International ha chiesto a Raytheon quali passi avesse intrapreso per indagare su quell’attacco, la risposta è stata la seguente: “A causa di vincoli legali e di questioni legate ai rapporti con i clienti, non forniamo informazioni sui nostri prodotti, sui nostri clienti o su aspetti operativi”.

Raytheon ha aggiunto che, prima dell’esportazione, i prodotti militari e di sicurezza sono “sottoposti a molteplici revisioni da parte del Dipartimento di stato Usa, del dipartimento della Difesa e del Congresso”.

Delegare le responsabilità
La maggior parte dei produttori che hanno risposto ad Amnesty International hanno sottolineato che la responsabilità per valutare i rischi legati ai diritti umani spetta agli stati attraverso il meccanismo di autorizzazione all’esportazione”, ha affermato Wilcken.

“Tuttavia, le regole che si danno i governi non esonerano le aziende, a prescindere dal settore in cui operano, dal gestire processi di dovuta diligenza in materia di diritti umani. Nascondersi dietro i governi non è sufficiente, soprattutto quando i meccanismi di autorizzazione sono carenti e i governi che emettono le autorizzazioni sono a loro volta messi sotto accusa a causa del loro ruolo in crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani”, ha sottolineato Wilcken.

BAE Systems ha definito le conclusioni di Amnesty International “false e fuorvianti”, aggiungendo che l’azienda applica “politiche e procedure cautelative e appropriate nel rispetto delle leggi e dei regolamenti” attraverso la sua politica sul commercio dei prodotti.

Peraltro, quando all’azienda è stato chiesto di spiegare quale dovuta diligenza avesse applicato riguardo alle sue forniture all’Arabia Saudita, la replica è stata di tenore diverso: “Le nostre attività in Arabia Saudita sono soggette all’approvazione e alla supervisione del governo britannico”.

Leonardo ha accusato Amnesty International di essere giunta a conclusioni “non del tutto corrette” sostenendo che l’azienda applica una dovuta diligenza che va oltre il rispetto delle leggi e dei regolamenti nazionali sulle autorizzazioni all’esportazione. Tuttavia, il produttore non ha spiegato come ciò si applichi a situazioni concrete, come ad esempio per quanto riguarda le esportazioni di forniture utilizzate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti nel conflitto dello Yemen.

Quattordici produttori non hanno risposto alle richieste d’informazioni di Amnesty International: tra queste figurano la russa Rosoboronexport, che invia forniture militari alle forze di sicurezza siriane, accusate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità; la serba Zastava, i cui fucili sono stati usati in occasione di un’orribile esecuzione di massa in Camerun; e la francese Arquus (già Renault Trucks Défense), che ha fornito veicoli blindati con cui le forze di sicurezza egiziane hanno stroncato il dissenso.

Amnesty International ha sottoposto ai produttori quattro richieste precise: valutare i precedenti comportamenti dei loro clienti dal punto di vista del rispetto dei diritti umani; inserire nei contratti l’elevato auspicio che i loro clienti rispetteranno le norme internazionali sui diritti umani; monitorare costantemente l’operato dei loro clienti e svolgere periodici audit; usare il loro peso per influenzare l’operato dei loro clienti.

“I giganti del settore delle armi se ne stanno lavando le mani sostenendo che una volta che le loro forniture sono state spedite non hanno più alcun controllo su come verranno usate. Questo argomento non sta in piedi, dal punto di vista legale ed etico. È arrivato il momento che i produttori di armi si assumano le responsabilità delle loro decisioni e, se è impossibile evitare il rischio che le loro armi saranno usate per violare i diritti umani, evitino o cessino di fornirle”, ha concluso Wilcken.