L’analisi di Roberto Napoletano. Senza riequilibrio territoriale il futuro è povero per tutti. Non reggono più gli alibi Europa e classe dirigente meridionale incapace

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Roberto Napoletano Direttore del Quotidiano del Sud e l'Altravoce dell'Italia

Agenpress. Ritorna una consapevolezza smarrita da troppo tempo. Il primo problema dell’economia italiana è il suo riequilibrio territoriale. Ne erano pienamente avvertiti l’Europa e tutti gli osservatori internazionali che, in ogni loro documento, hanno chiesto alla classe di governo italiana di concentrare sforzi e spesa pubblica produttiva in quei territori, di farsene carico senza assistenzialismo, di recuperare competitività investendo dove i bisogni insoddisfatti e i divari infrastrutturali sono più accentuati.

Hanno tutti parlato nel vuoto, ogni richiamo di assoluto buon senso è caduto davanti al muro degli egoismi tutti riuniti sotto la bandiera della Spesa Storica, per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero, nel silenzio complice di tutti. Si è deciso con la legge Calderoli del 2009, attuando in modo distorto il federalismo fiscale, che spesa pubblica sociale (asili nido, scuola, sanità) e spesa pubblica produttiva (treni a alta velocità e infrastrutture di sviluppo in genere) dovessero essere indebitamente indirizzate a favore delle regioni ricche sottraendo qualcosa come oltre 60 miliardi l’anno alle regioni povere. Questo è il peccato mortale della classe di governo padana, di ogni schieramento politico, che ha avuto le chiavi della cassaforte italiana degli ultimi venti anni.

Questa è la colpa grave di cui si è macchiata la classe dirigente nordista del Paese avendo anche la sfrontatezza di accusare sempre l’Europa che, in questo caso, non ha colpa alcuna anzi ha messo tutti sull’avviso per tempo, e il ceto dirigente meridionale trattato alla stregua di un arruffone incapace se non di peggio, cosa vera ma in misura infinitamente inferiore a quella rappresentata se non altro perché le somme in gioco sono state drasticamente ridotte. Questo ceto dirigente meridionale – non solo politico ma composto anche di economisti à la page che prima  parlavano di abolire il Mezzogiorno e oggi parlano di secessione dei ricchi – ha soprattutto la responsabilità di non essersi nemmeno accorto del furto di Stato aggravato, a spese della comunità meridionale, che avveniva di anno in anno sotto i loro occhi di amministratori o di raffinati analisti senza che nessuno di loro dicesse mezza parola.

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