Iran, Amnesty International denuncia: almeno 100 manifestanti uccisi

147

Agenpress. Attraverso l’esame di filmati, testimonianze oculari e informazioni fornite da attivisti per i diritti umani che vivono fuori dall’Iran, Amnesty International ha ricostruito un terribile schema di uccisioni illegali ad opera delle forze di sicurezza iraniane, che hanno usato forza eccessiva e letale per stroncare le proteste che, con l’aumento del prezzo della benzina, si sono svolte dal 15 novembre in oltre 100 città.

Secondo informazioni ritenute credibili da Amnesty International, sono stati uccisi almeno 106 manifestanti in 21 città. L’organizzazione ritiene tuttavia che il numero effettivo possa essere più alto; secondo alcune fonti potrebbe essere arrivato anche a 200. Gli organi d’informazione statali hanno parlato di una manciata di manifestanti uccisi e di almeno quattro vittime anche tra le forze di sicurezza.

Le immagini video analizzate da Amnesty International mostrano le forze di sicurezza usare armi da fuoco, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per disperdere le proteste, nonché manganellare manifestanti. I bossoli rimasti sul terreno, così come l’elevato numero di vittime, fanno supporre che siano state usate pallottole vere.

“Le autorità iraniane devono porre immediatamente fine a questa repressione brutale e mortale e mostrare rispetto per la vita umana”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

“La frequenza e la persistenza dell’uso della forza letale contro le attuali manifestazioni pacifiche e in precedenti proteste di massa, così come la sistematica impunità per le forze di sicurezza, fanno seriamente pensare che l’uso intenzionale delle armi da fuoco per stroncare le proteste sia diventato una politica statale”, ha aggiunto Luther.

Le più alte autorità iraniane, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, hanno diffuso dichiarazioni in cui hanno descritto i manifestanti come “banditi” e hanno dato semaforo verde alle forze di sicurezza per stroncare le proteste.

In base del diritto internazionale, le forze di sicurezza possono ricorrere all’uso della forza letale solo quando strettamente inevitabile per proteggersi da immediate minacce di morte o di ferimento grave.

Amnesty International chiede alle autorità iraniane di rispettare i diritti alla libertà di manifestazione pacifica e alla libertà di espressione e di annullare il blocco quasi totale degli accessi a Internet, imposto per limitare il flusso di informazioni al mondo esterno sulla repressione in corso.

Centinaia di manifestanti hanno bloccato le strade, fermando le proprie automobili come segno di protesta. Le immagini verificate da Amnesty International mostrano agenti della polizia anti-sommossa rompere i vetri delle automobili con i guidatori ancora all’interno.

Secondo testimonianze oculari corroborate da video verificati da Amnesty International, manifestanti sono stati colpiti da cecchini piazzati sui tetti e, in un caso, su un elicottero.

Mentre la maggior parte delle manifestazioni è apparsa pacifica, in alcuni casi con l’aumento della repressione da parte delle forze di sicurezza un piccolo numero di manifestanti ha iniziato a lanciare pietre e a incendiare e danneggiare banche e altre strutture.

“Anche quando una piccola minoranza di manifestanti ricorre alla violenza, la polizia deve sempre esercitare moderazione e non usare una forza maggiore di quella necessaria, proporzionale e legittima rispetto alla violenza che fronteggia. La violenza di poche persone non giustifica una reazione massiccia e sconsiderata”, ha commentato Luther.

Alcuni testimoni oculari hanno affermato che le forze di sicurezza hanno portato via cadaveri e feriti dalle strade e anche dagli ospedali. Come già successo in passato, in molti casi le forze di sicurezza e i servizi d’intelligence hanno rifiutato di restituire le salme alle famiglie o hanno costretto queste ultime a seppellire i loro cari in tutta fretta e senza che un’autopsia indipendente avesse potuto chiarire cause e circostanze della loro morte. Ciò è contrario agli standard e alle norme internazionali sulle indagini relative alle uccisioni illegali.

Gli organi d’informazione statali hanno riferito che, alla data del 17 novembre, erano stati arrestati oltre 1000 manifestanti.

Tra le persone arrestate c’è la difensora dei diritti umani Sepideh Gholian, arrestata proprio il 17 novembre mentre stava manifestando pacificamente mostrando un cartello contro l’aumento della benzina. Di lei si sono perse le tracce e Amnesty International teme possa essere sottoposta a tortura, come accade frequentemente ai danni dei difensori dei diritti umani.

“Chiunque sia stato arrestato solo per aver preso parte in modo pacifico alle proteste, averle appoggiate o aver criticato le autorità dev’essere rilasciato immediatamente e senza alcuna condizione. Tutte le persone arrestate devono essere protette dai maltrattamenti e dalla tortura”, ha sottolineato Luther.

Amnesty International ha sollecitato un’azione immediata della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite e l’Unione europea, affinché le autorità iraniane siano chiamate a render conto delle uccisioni illegali e della repressione violenta dei diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.

Blocco degli accessi a Internet
Il 16 novembre, meno di un giorno dopo l’inizio delle proteste, le autorità hanno attivato un blocco pressoché totale di Internet, rendendo inaccessibile quasi ogni forma di comunicazione online alle persone all’interno dell’Iran. Il black-out informativo che ne è derivato è stato voluto dalle autorità iraniane per impedire la condivisione di immagini e filmati sull’uso della forza letale da parte delle forze di sicurezza.

Secondo l’organizzazione non governativa NetBlocks, la connettività iraniana verso il mondo esterno è scesa al quattro per cento dall’inizio delle proteste. Tutte le reti mobili sono state disconnesse e permane un black-out quasi totale su Internet, sebbene alcuni utenti siano ancora in grado di collegarsi tramite reti private virtuali e con altri mezzi.

“Impedire di comunicare attraverso Internet è un attacco sistematico alla libertà di espressione e lascia intendere che le autorità abbiano qualcosa da nascondere. Chiediamo che siano immediatamente eliminate le restrizioni agli accessi a Internet e ai social media in modo che le persone possano condividere informazioni ed esprimere liberamente le loro opinioni”, ha aggiunto Luther.

Repressione sistematica e coordinata
Varie autorità iraniane, tra cui la Guida suprema, il presidente e il capo della magistratura hanno demonizzato i manifestanti e li hanno minacciati che le forze di sicurezza avrebbero usato la forza contro di loro.

Il 16 novembre, nonostante le crescenti denunce di vittime, il ministro dell’Interno ha detto che le autorità non avrebbero più mostrato “tolleranza” e “autocontrollo” nei confronti dei manifestanti.

Il giorno dopo, durante un discorso, la Guida suprema ha descritto i manifestanti come “banditi” incitati a compiere atti di violenza da forze contro-rivoluzionarie e da nemici dell’Iran basati all’estero. Egli ha ordinato alle forze di sicurezza di “fare il loro dovere” per porre fine alle proteste, dando loro effettivamente via libera perché proseguissero ad agire con brutalità.

Organi giudiziari e di sicurezza hanno diffuso messaggi minacciosi ammonendo le persone a stare alla larga da “riunioni illegali”, altrimenti sarebbero andate incontro a procedimenti penali.

“Invece di dare via semaforo verde alla brutalità, le autorità iraniane devono porre freno alle forze di sicurezza per impedire ulteriori bagni di sangue. La perdurante impunità per le uccisioni illegali di cui godono le forze di sicurezza è destinata a continuare se non saranno avviate indagini indipendenti su tutti i casi sospetti di uso arbitrario della forza e se chi ha commesso gravi reati non sarà chiamato a risponderne”, ha aggiunto Luther.

“Le Nazioni Unite e i singoli stati membri devono denunciare pubblicamente la sanguinosa repressione in corso e premere sulle autorità iraniane affinché consentano l’ingresso nel paese di osservatori indipendenti sui diritti umani per visitare ospedali e centri di detenzione, annullino il blocco degli accessi a Internet e invitino nel paese una missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite”, ha concluso Luther.

Ulteriori informazioni
Le proteste sono iniziate il 15 novembre a seguito dell’improvviso annuncio da parte del governo dell’aumento del prezzo della benzina: un provvedimento destinato ad avere un duro impatto su una popolazione già alle prese con la crisi economica.

Alcuni manifestanti hanno gridato slogan per chiedere un cambio radicale del sistema politico, alcuni altri hanno bruciato poster dell’attuale e dell’ex Guida suprema.

Segue un elenco, per città e provincia, delle 106 vittime di cui Amnesty International ha avuto notizia. La credibilità e l’affidabilità delle fonti di queste informazioni è stata accertata da contatti con giornalisti e attivisti per i diritti umani impegnati nella raccolta dei dati. Le informazioni sono poi state sottoposte a verifiche incrociate.

Abadan, provincia del Khuzestan: 2
Ahvaz, provincia del Khuzestan: 2
Bandar-e Mahshahr e dintorni, provincia del Khuzestan: 14
Behbahan, provincia del Khuzestan: 8
Boukan, provincia dell’Azerbaigian occidentale: 4
Boumehen, provincia di Teheran: 2
Esfahan, provincia omonima: 1
Islamshahr, provincia di Teheran: 1
Javanroud, provincia di Kermanshah: 14
Karaj, provincia di Alborz: 4
Kermanshah, provincia omonima: 16
Khoramshahr, provincia omonima: 3
Mariwan, provincia del Kurdistan: 9
Ramhormoz, provincia del Khuzestan: 6
Robatkarim, provincia di Teheran: 4
Sadra, provincia di Fars: 6
Sanandaj, provincia del Kurdistan: 1
Shahriyar, provincia di Teheran: 1
Shiraz, provincia di Fars: 6
Sirjan, provincia di Kerman: 1
Teheran, provincia omonima: 1
Amnesty International sta verificando ulteriori notizie di uccisioni di manifestanti.