L’ opinione di Roberto Napoletano. La perversione strategica di cui il Paese si deve liberare

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Roberto Napoletano Direttore del Quotidiano del Sud e l'Altravoce dell'Italia

Agenpress – Da venti anni sempre meno investitori esteri scelgono l’Italia. La vicenda Ilva, oltre a mettere a nudo l’emergenza industriale italiana, di sicuro contribuisce a ridurre la capacità attrattiva dei nostri territori.

Non fa bene a un Paese che, per sua miopia, ha scelto di rinunciare a giocare la partita di player globale con la forza di tutto il sistema Italia per crescere come subfornitore più o meno di qualità di player globali essenzialmente tedeschi con aziende italiane prevalentemente piccole e medie del Centro-Nord.

In questa vicenda c’è veramente di tutto: l’intreccio distorto tra industria e ambiente, tra politica, giustizia e amministrazione locale, l’irresponsabilità e gli atteggiamenti da rapina del colosso franco-indiano, la paura della firma tutta italiana per chi deve autorizzare lavori e sbloccare investimenti.

Sullo sfondo, però, c’è qualcosa di più profondo che viene da lontano e sconta l’assenza di una politica industriale. Anzi, per dirla meglio, l’abolizione del Mezzogiorno dagli investimenti pubblici per l’adeguamento delle infrastrutture, che sono il primo incentivo per attrarre investimenti privati duraturi, e la scelta di interrompere bruscamente la lunga stagione industrialista Italiana, Nord e Sud del Paese insieme, cominciata nel Dopoguerra e prolungatasi con successo nei decenni a venire.

Il disegno della grande impresa pubblica, primo motore l’Iri, e delle grandi famiglie del Nord, primo motore la Fiat degli Agnelli, ha avuto sempre in mente di portare a competere in Europa l’Italia intera, avendo cioè alle spalle un Nord e un Sud produttivi che marciano insieme. Per capirci, prendiamo l’acciaio: c’era Genova, ma anche Bagnoli e Taranto. Oppure, prendiamo l’auto: ci sono Mirafiori, Grugliasco, Modena, ma poi arrivano Pomigliano d’Arco, Cassino, Melfi, la Val di Sangro e così via.

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