Coronavirus, Mons D’onorio: “nella prova, Dio non ci lascia mai soli”

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Con la restrizione delle celebrazioni liturgiche e una virata della propria routine, l’epidemia di Covid-19 sta mettendo a dura prova gli stessi fedeli. Eppure, la storia millenaria della Chiesa offre ottimi spunti per cogliere la vicinanza di Dio nella storia dell’uomo.

A Interris.it l’intervista all’arcivescovo Fabio Bernardo D’Onorio, membro in Vaticano della Congregazione per le Cause dei Santi.


Agenpress. “Ci mancherebbe altro non far buon uso di rimedi medici in caso di malattie e non mettere in pratica precauzioni o raccomandazioni in particolari momenti della vita”, afferma a Interris.it l’arcivescovo Fabio Bernardo D’Onorio, membro in Vaticano della Congregazione per le Cause dei santi. “Oggi abbiamo un nemico comune da combattere e il pericolo è reale: i cambiamenti sono già in atto che determineranno incertezza per il futuro – evidenzia il presule -. Sappiamo affidarci al Signore, invochiamo l’intercessione della Madonna e non dimentichiamo con la nostra generosità i nostri fratelli più bisognosi o malati”.

La Chiesa ha una millenaria esperienza di sostegno alle popolazioni colpite dalle epidemie. Qual è la situazione attuale dal punto di vista ecclesiale?
“La vita cambia e cambiano anche usi e costumi: ma una sana e buona tradizione tramandata da generazioni e generazioni dovrebbe rimanere e sostenerci in determinate situazioni come la pratica religiosa ricevuta fin dai primi anni della nostra vita”.

Quali sono le indicazioni della Santa Sede?
“Molto preciso è stato Papa Francesco, che nella telefonata di incoraggiamento fatta a monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, territorio molto colpito dall’epidemia del coronavirus, ha raccomandato “preghiera e responsabilità”.Nei tempi passati questa era la prassi in caso di calamità generale come la peste: preghiere pubbliche, processioni da aggiungere alle pratiche individuali di devozioni alla Madonna o a Santi locali cose tutte che davano alle popolazioni conforto e insieme speranza. Sembrava che lo stare insieme e soprattutto l’invocare insieme protezione dall’alto esorcizzavano paura, sgomento e smarrimento”.

Può farci alcuni esempi?
“Non si può non ricordare quando a Roma scoppiò una violenta epidemia, che mieteva inesorabilmente la popolazione, Papa san Gregorio Magno per implorare l’aiuto divino indisse una processione per tre giorni consecutivi presso santa Maria Maggiore: Il mortifero morbo scomparve come aveva annunziato l’Arcangelo Michele quando dalla cima della Mole Adriana apparve al Pontefice proprio nell’atto di rimettere nel fodero la spada”.

Avveniva lo stesso anche lontano da Roma?
“Sì. Così accadde pure ai tempi di san Carlo Borromeo per la terribile peste del 1576: confusione, paura e morti regnavano ovunque a Milano e l’arcivescovo si dedicò all’assistenza agli ammalati ordinando preghiere private e pubbliche. Il liturgista Abate Gueranger fondatore del monastero di Solesmes, così scrive: “L’arcivescovo organizzò il servizio sanitario, fondò ospedali, cercò denaro e vettovaglie, decretò misure preventive e provvide soprattutto ad assicurare soccorso e assistenza agli ammalati e insieme il seppellimento dei morti non facendo tralasciare la celebrazione dei sacramenti a chi era confinato a casa per non diffondere contagio agli altri”. Mentre la peste dilagava l’arcivescovo ordinò tre processioni per “placare l’ira di Dio”. Il primo giorno impose le ceneri sul capo dei fedeli accorsi, esortando tutti alla penitenza: nella processione san Carlo con un cappuccio in testa precedeva a piedi scalzi portando una croce, che tutt’ora è esposta alla devozione dei milanesi nel Duomo”.

Pestilenza ma anche catastrofi naturali?
“Sì. E’ utile ricordare che nel 1886, con l’avanzare dei fiumi lavici dovuti all’eruzione dell’Etna verso Catania, l’arcivescovo Dusmet mostrando il velo rosso e le reliquie di sant’Agata fermò con preghiere incessanti la lava distruttrice ad appena trecento metri dalle prime case di Catania. Sono fatti storici: ma questo sentire religioso sembra scomparso dal sentire dell’uomo di oggi come sono scomparse o forse molto attenuate le radici cristiane, che pure davano una linfa trascendentale al vivere umano e sociale”.

Ci sono state polemiche per l’inevitabile stop alle celebrazioni pubbliche. Perché non si capisce la gravità della situazione?
“Qualcuno si è scandalizzato per la chiusura di chiese o dalla dispensa di partecipare alla Messa domenicale ma nessuno può impedirci di unirci al Signore e collegarci con lui”mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido” proprio come ci fa pregare il Salmo 91: la preghiera, proprio nei casi di bisogni di aiuto o nei stati di ansia e paura, rimane sempre forza rassicurante perché “egli ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio, la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza” Salmo 91. Questo Salmo in modo del tutto particolare ci assicura che Dio ci difenderà se ci affidiamo a lui con cuore sincero. La questione è profonda e ci interroga tutti”.

Qual è la questione secondo lei?
“Cosa dice a noi cristiani questa prova dolorosa del coronavirus? Certo non significa cadere nello sconforto o nella rassegnazione. Con molta sincerità dobbiamo riconoscere la nostra estrema fragilità, dobbiamo riconoscerci figli bisognosi dell’aiuto del Padre: Siamo fragili è vero ma siamo sempre in buone mani: Dio non ci abbandona e noi proprio in forza di quando ci dice Gesù nel Vangelo siamo chiamati a fidarci di lui, che ha cura dell’erba dei campi o del passerotto che saltella sulla neve eppure riesce a cibarsi”.