La Cina caccia i giornalisti americani del New York Times, The Wall Street Journal e The Washington Post

2006

Agenpress – Pechino ha deciso di espellere i giornalisti che lavorano per New York Times, The Wall Street Journal e The Washington Post le cui credenziali scadono a fine anno, varando un giro di vite su tutti i rappresentanti della stampa statunitense. I giornalisti che lavorano per la rivista Time e per Voice of America dovranno fornire dettagliate informazioni sulle loro attività.

I giornalisti statunitensi delle tre testate le cui credenziali stampa scadono entro fine anno devono restituire le loro tessere entro dieci giorni e non sarà più consentito loro di svolgere attività giornalistica, neanche da Hong Kong e Macao.

L’annuncio è stato dato dal ministero degli Esteri cinese, a poche settimane dalla decisione dell’amministrazione Trump di limitare il numero complessivo dei giornalisti cinesi che lavorano negli Usa per cinque media definiti come agenzie controllate dal governo (Xinhua, China Global Television Network, China Radio International, China Daily e Hai Tian Development) a meno di cento: la misura è stata definita come necessaria dopo la “irragionevole oppressione” dei media cinesi negli Usa dovuta a “una mentalità da Guerra Fredda” e a “pregiudizi ideologici”.

I giornalisti delle 5 testate americane sono stati identificati come funzionari governativi, al servizio di enti controllati da uno Stato estero.
Già il 25 febbraio scorso Pechino aveva preso severe misure contro tre reporter del Wall Street Journal, espellendoli con la scusa di un titolo di un articolo di opinione considerato offensivo in quanto definiva la Cina come il “malato dell’Asia”.

In una lunga nota del ministero degli Esteri, si legge che a dicembre 2018 gli Usa ordinarono ad alcuni media di registrarsi come “agenti stranieri”; a febbraio 2020, sono stati classificati come “missioni straniere” cinque media di Stato cinesi (Xinhua, Cgtn, China Radio International, China Daily e People’s Daily), dovendo seguire le regole di ambasciate e consolati perché, nell’interpretazione americana, si tratta di entità possedute e controllate dal governo cinese, con la conseguente espulsione de facto di circa 60 reporter.

Un trattamento “oltraggioso” di fronte al quale Pechino si riservava di rispondere con azioni adeguate. In base alla reciprocità, la Cina ha chiesto alle filiali locali di Voice of America, New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time di “dichiarare le informazioni in forma scritta su staff, finanza, operazioni e real estate in Cina.