Recovery fund. Ungheria e Polonia presentano veto. Al centro il rispetto dello Stato di diritto,

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AgenPress – Viktor Orban e Mateusz Morawiecki hanno ribadito il veto contro la clausola che subordina l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto, nel corso  della videoconferenza dei leader europei sul bilancio Ue 2021-2027 e il Recovery Fund.

Il Recovery Fund così rischia di saltare e con esso anche i 209 miliardi (127 di prestiti e 82 di sussidi) destinati all’Italia, soldi vitali e che in parte sono stati già inseriti nella legge di Bilancio 2021 in qualità di anticipo.

Bruxelles avrà adesso 20 giorni di tempo per sbloccare la situazione, ma non appare facile trovare una soluzione che possa accontentare i rigoristi e chi ha deciso di mettere il veto.

Ungheria e Polonia – ha spiegato Angela Merkel al termine del vertice – hanno posto il veto alla decisione sul Recovery Fund e hanno detto chiaramente che non possono accettare la condizionalità sullo Stato di diritto”.

A inizio novembre è stata raggiunta una intesa tra il Parlamento e il Consiglio Europeo sulla nuova condizionalità a protezione del bilancio UE: i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto correranno il rischio di perdere l’accesso ai fondi comunitari.

Tutto ruota intorno alla condizionalità che lega l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto, un cavillo non di poco conto viste le politiche messe in atto negli ultimi anni da Viktor Orban e da Jarosław Kaczyński.

A inizio novembre è stata raggiunta una intesa tra il Parlamento e il Consiglio Europeo sulla nuova condizionalità a protezione del bilancio UE: i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto correranno il rischio di perdere l’accesso ai fondi comunitari.

Lo scorso gennaio il Parlamento Europeo con 446 voti favorevoli, 178 contrari e 41 astensioni, ha approvato una risoluzione dove si legge che “la situazione sia in Polonia che in Ungheria si è deteriorata sin dall’attivazione dell’articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione Europea”.

La Polonia è sotto accusa “in considerazione delle minacce percepite relative all’indipendenza della magistratura”. Come si legge sul sito dell’Anm, il problema riguarderebbe “la camera disciplinare della Corte suprema polacca, istituita nel 2017, è composta esclusivamente da giudici selezionati dal Consiglio nazionale della magistratura, composto anche da 15 membri eletti dal Sejm, la camera bassa del parlamento polacco”.

Per quanto riguarda invece l’Ungheria, gli europarlamentari “si sono detti preoccupati soprattutto per i rischi relativi a indipendenza giudiziaria, libertà di espressione, corruzione, diritti delle minoranze e per la situazione dei migranti e dei rifugiati”.