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Calabria. Il boss Maurizio Cortese collabora con pm. Gestiva la ‘ndrangheta dal carcere con l’aiuto della moglie “postina”

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AgenPress – Ha iniziato a colloborare con la giustizia il boss Maurizio Cortese, genero di Paolo Pitasi, già uomo di fiducia di Francesco Serraino, il cosiddetto “boss della montagna” assassinato durante la seconda guerra di ‘ndrangheta. Nel corso degli anni, infatti, Cortese (catturato da latitante nel 2017) ha acquisito un’importanza sempre maggiore nell’ambito dei gruppi mafiosi, riuscendo a scalare le gerarchie della cosca Serraino e allungando i suoi tentacoli soprattutto nel quartiere di San Sperato di Reggio Calabria.

Cortese è stato già condannato in via definitiva nel processo “Epilogo” e dopo un periodo di latitanza, nel 2017 era stato catturato dalla squadra mobile e dai carabinieri. Oggi quarantenne, stando alle indagini, Maurizio Cortese era riuscito a scalare le gerarchie della cosca Serraino intrattenendo legami anche con gli esponenti delle altre famiglie di ‘ndrangheta come i Labate detti “Ti Mangiu” e Gino Molinetti dei De Stefano-Tegano, recentemente arrestato nell’ambito dell’operazione “Malefix”.

Cortese è stato uno dei 22 arrestati dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Ros. Nel provvedimento, emesso dal gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda, si contestava il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata ad estorsione aggravata, danneggiamento e minaccia aggravata, porto e detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni ed oltraggio. La Dda aveva anche  disposto il sequestro di beni mobili, immobili e attività commerciali per un valore di un milione e mezzo di euro che erano nella disponibilità  della cosca Serraino.

Cortese è stato capace di gestire dal carcere gli affari illeciti della cosca attraverso i colloqui con la moglie Stefania Pitasi e le comunicazioni epistolari con altri affiliati, ma soprattutto utilizzando telefoni cellulari introdotti abusivamente all’interno delle celle.

Pur essendo detenuto, infatti, Cortese, che negli anni ha scalato il vertice della cosca Serraino, riusciva a impartire direttive per eseguire estorsioni, ordinare danneggiamenti di esercizi commerciali, imporre la fornitura di beni e pianificare intestazioni fittizie di attività commerciali. E ci riusciva grazie a un cellulare introdotto abusivamente nel carcere che la polizia penitenziaria ha rinvenuto il 9 aprile del 2019. E’ attraverso quel mezzo, dunque, che Cortese comunicava con la moglie, che si prestava a svolgere il ruolo di “postina” delle disposizioni del marito consegnate agli altri sodali anche attraverso l’uso di un linguaggio criptico ma chiaramente attinente alle attività delittuose della cosca.

 

 

 

 

 

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