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È giusto, opportuno e forse necessario sospendere i diritti di proprietà intellettuale per i vaccini

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AgenPress. In una intervista pubblicata il 28 febbraio dal Corriere della sera1 il presidente internazionale di Medici senza Frontiere (MsF), Christos Cristou, ha chiesto al presidente Draghi che l‘Italia appoggi, nella riunione del 2-3 marzo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la proposta, presentata da India e Sud Africa, e vista con favore dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS),  di sospendere temporaneamente i brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini anti Covid-19 per tutta la durata della pandemia.

Nel momento in cui scriviamo, ignoriamo se la richiesta abbia sortito effetto, ma questo non rende meno opportuna un’analisi del problema.

Esisterebbero strumenti per decisioni nazionali nel senso richiesto2, ma ciò che richiede MsF è di portata più ampia e, senza certo voler negare l’importanza dell’impegno delle case farmaceutiche che ha reso possibile ottenere i vaccini in tempi record, riafferma il principio che la salute è bene pubblico di categoría superiore agli interessi commerciali di imprese che, per compiere le ricerche che hanno condotto al vaccino hanno ricevuto notevoli finanziamenti pubblici, senza che ciò abbia comportato per i paesi finanziatori alcuna copartecipazione nei diritti di proprietà intellettuale, ma solamente diritti di prelazione.

Tra i 164 membri dell’OMC la proposta godrebbe di un’ampia maggioranza che non è sufficiente a permetterne l’approvazione. Due mesi fa, il 17-18 dicembre, al Consiglio Generale dell’OMC, questa maggioranza non poté ottenere più di un generico riconoscimento dei problemi che possono sorgere dall’uso degli Advance market commitments (AMCs).3 “Gli (AMCs) … negoziati da governi nazionali sono stati criticati per motivi etici e di efficacia medica per aver distorto la distribuzione dei vaccini sulla base della capacità finanziaria, piuttosto che per motivi medici. È stato anche sostenuto che … i governi che sottoscrivono un AMC per un vaccino candidato che non dimostra prove di sicurezza ed efficacia corrono il rischio di non avere accesso immediato e sufficiente ad altri vaccini di successo. Queste preoccupazioni sono state riflesse nelle dichiarazioni di alcuni membri dell’OMC“.

Christou ha anche scritto alla presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen. Questa immagine tratta da un eccellente articolo di El País4 rende ragione, meglio di qualsiasi parola, della scelta dei destinatari. I punti rossi corrispondono ai paesi che si oppongono alla proposta e quelli verdi, ai paesi favorevoli, con diversa intensità secondo il grado di appoggio.

Fonte: El País

MsF non solo si richiama a principi etici condivisi, ma anche pone in evidenza un ulteriore motivo che giustificherebbe la misura. Una mancata, o fortemente diseguale, ripartizione dei vaccini aumenta il contagio nei paesi che li ricevono in minore o nessuna quantità e questo favorisce il sorgere di nuove mutazioni.

Questa considerazione dovrebbe essere valutata in particolare da paesi come il nostro o la Spagna, che ne soffrirebbero le conseguenze, per essere meta di molta immigrazione dall’Africa subsahariana, e che essa sia illegale è francamente irrilevante,

I paesi ricchi, secondo Christou, preferiscono affidarsi al libero mercato. Questo permette loro di assicurarsi le dosi necessarie e i loro leaders non hanno mai avuto l’autorità di affermare che in un’emergenza come l’attuale è solo lo Stato che può decidere, trattando i rimedi contro la pandemia come beni pubblici. Questi paesi

accettano cosi implicitamente, facendole proprie, le argomentazioni delle case farmaceutiche che non ritengono praticabile la condivisione del know-how, nonostante gli  esempi contrari di India e Brasile e della collaborazione tra Argentina e Messico. Addirittura, nel caso della Repubblica Dominicana, una casa farmaceutica non ha risposto alla proposta del presidente Abinader di acquistare i diritti per produrre localmente il vaccino, nonostante esistano nel paese le competenze necessarie, come confermato recentemente dal presidente della Conferenza dei Rettori.

Ciò che colpisce nella posizione dei paesi ricchi è una doppia contradditorietà.

In primo luogo tra la posizione difesa all’OMC e le dichiarazioni dei loro leaders nella riunione del G20 di novembre ad Abu Dhabi, non molto dissimili per altro da quelle del vertice straordinario del  26 marzo, consegnate nella dichiarazione congiunta finale.

Ad Abu Dhabi, gli esperti di salute pubblica ribadirono la necessità di un’equa distribuzione del vaccino, e notarono che i paesi in via di sviluppo avrebbero potuto dover aspettare a lungo la disponibilità di vaccini a basso costo che non presentino problemi di trasporto e conservazione. Quasi tutti i leaders assunsero allora impegni verbali ben sintetizzati in alcune dichiarazioni del ministro delle Finanze dell’Arabia Saudita, Mohammed Al-Jadaan: “Ogni leader ha sostenuto le iniziative del G20 per garantire risorse sufficienti a rendere i vaccini e le medicine disponibili per tutti”, “chiaro riconoscimento da parte dei leader del G20 che se un paese rimanesse indietro, tutti rimarrebero indietro”, “Non si può risolvere il problema solo in alcune parti del mondo, perché il resto del mondo ne soffrirebbe e se un paese soffre noi [immagino i paesi del G20] ne soffriamo tutti”.

Con frase di indubbio effetto, il presidente Sánchez affermò: “”Non saremo al sicuro finché tutti non saranno al sicuro”. La presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen chiese ai leaders del G20 di “impegnarsi a stabilire un fondo di 4,5 miliardi di dollari” e, per quanto riguarda l’Italia, il presidente Conte dichiarò: “L’imperativo deve essere garantire l’accesso a diagnosi, terapie e vaccini a tutta la comunità mondiale: per l’Italia questi sono beni pubblici globali, un diritto per tutti e non privilegio per alcuni”, “Dobbiamo rafforzare la collaborazione con le istituzioni multilaterali, che devono essere rese più efficaci, compreso il rafforzamento dell’OMS”.

È da sottolineare l’importanza dell’ultima indicazione. L’OMS è stata, strumentalmente, criticata dalla precedente amministrazione statounitense.

Le argomentazioni tecniche ed etiche dell’OMS si scontrano con nazionalismi che paiono più ideologici e politici a corto termine, che guidati dagli interessi a lungo termine dei paesi, Proprio gli effetti a lungo termine ci inducono a discutere la seconda contradditorietà cui facevamo cenno, che deriva dal trascurare la globalità degli effetti economici e politici della pandemia.

Qualche settimana fa, uno studio commissionato dalla Camera di Commercio Internazionale (ICC), organizzazione che riunisce 45 milioni di aziende di 100 paesi, ha considerato due possibili scenari.5 Nel caso peggiore, i paesi ricchi completerebbero la vaccinazione delle loro popolazioni nella prima metà dell’anno, quando i paesi poveri avrebbero raggiunto solo una vaccinazione marginale. Un tale scenario, la cui unica difficoltà potrebbe essere una eventuale incapacità delle case farmaceutiche di assicurare la produzione necesaria, pare oggi possibile, almeno fino a livelli di immunità di gregge. Nel secondo scenario l’obiettivo dei paesi ricchi sarebbe più modesto, metà della popolazione entro la fine dell’anno.

Quali sarebbero le conseguenze per l’economia mondiale?

Nel primo caso, è stimata una perdita di oltre 7500 miliardi di euro, e nel secondo solo tra 1500 e 3200 euro. Il costo graverebbe principalmente sui paesi più ricchi, a causa di due fenomeni correlati, contrazione del mercato dei paesi poveri e diminuzione della loro capacità di rispondere alla domanda di materie prime, parti e componenti.

Non è fantascienza immaginare la destabilizzazione che questo produrrebbe a livello politico, e non solo nei paesi più poveri, rischio commentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dal vice segretario generale, Rosemary Di Carlo.

Di questi rischi c’è consapevolezza nei paesi ricchi, che, ciononostante, favoriti dalla loro capacità di offrire alle case farmaceutiche prezzi più alti, hanno messo in moto un accaparramento della produzione, con acquisti e opzioni di acquisto spesso anche superiori al loro bisogno e forse alla produzione stessa. Questo può trovare una spiegazione in dinamiche di politica interna, o nelle  incertezze sui tempi di consegna, ma ne sottovaluta le possibili conseguenze dirette e, tra le indirette, un possibile effetto geopolitico che potrebbe contraddire gli ultimi piani annunciati da Biden, riguardo la competizione commerciale con la Cina, i criteri della cui diplomazia dei vaccini sono stati enunciati ad Abu Dhabi dal presidente, Xi Jinping: “Rispetteremo i nostri impegni, offriremo aiuto e sostegno ad altri paesi in via di sviluppo, e lavoreremo duramente per rendere i vaccini un bene pubblico che i cittadini di tutti i paesi possono usare e permettersi”.

La valutazione del problema da parte dell’ONU è stato ribadita con forza dal Segretario generale, Antonio Guterres, che ha affermato che “in questo momento critico, l’equità dei vaccini è la più grande prova morale che la comunità globale deve affrontare”, e ha chiesto un Piano Globale per i Vaccini che riunisca scienziati, produttori di vaccini e finanziatori.

Queste dichiarazioni sembrano aver avuto un’eco inmediata nella recente riunione del G7 a Londra. I paesi che avevano partecipato al G20 di Abu Dhabi, hanno confermato le loro posizioni con due importante variazioni. quella prevedibile degli Stati Uniti, il cui presidente, Biden, si è impegnato per un piano biennale da 4 miliardi di dollari di sostegno al programma COVAX. e quella della Gran Bretagna, che ha aperto sulla spedizione di vaccini ai paesi poveri. A Londra si è parlato anche di fondi per i paesi di minori risorse. Tuttavia, il problema principale non è il denaro, ma la disponibilità dei vaccini e il presidente Macron ha proposto donazioni di parte dei vaccini acquistati dai paesi ricchi.

Non è stato però toccato il tema della liberalizzazione, in assenza della quale i paesi di risorse intermedie, e non solo, anche l’Europa ne è stata colpita, sono esposti, per problemi di produzione, a ricevere vaccini con ritmi irregolari, con possibili incertezze sulle applicazioni delle seconde dosi.

Questo non pare essere certo un problema per gli Stati Uniti, prossimi ad aver applicato 77 milioni di dosi, oltre il 30 % del totale, con una popolazione che è di poco superiore al 4% di quella mondiale e i cui problemi riguardano l’opportunità di utilizzare una mezza dose di Moderna nelle prime vaccinazioni, o se l’invio a luoghi di difficile accesso di vaccini monodose non possa produrre problemi di accettazione per eventuali malintese suscettibilità etniche, problemi entrambi ben lontani dall’esperienza della maggior parte dei paesi latinoamericani e della quasi totalità di quelli africani.

Quando le vaccinazioni effettuate erano quasi 40 milioni, il direttore generale dell’OMS deplorò che ci fosse un paese (la Guinea) dove solamente 25 persone erano state vaccinate usando le 55 dosi che quel paese aveva richiesto.

Il 28 febbraio si è giunti a 244 milioni di vaccinazioni, in 113 unità amministrative di cui un centinaio sono paesi. Tra i molti dati di scioccante disuguaglianza, uno dei più notevoli è che nei dieci paesi con maggior numero di vaccini le vaccinazioni sono il 77.3% del totale, percentuale che raggiunge l’85% se si considerano i primi quindici, mentre gli ultimi dieci paesi con almeno mille vaccinazioni e almeno un milione d’abitanti hanno potuto effettuare solamente 43000 vaccinazioni, avendo una popolazione totale di quasi 300 milioni, valore molto vicino a quello degli Stati Uniti.

Quasi la metà del centinaio di paesi dove ancora non sono giunti i vaccini sta in Africa, continente con 1,2 miliardi di abitanti, che, mentre attende 670 milioni di dosi da AstraZeneca, 270 già acquistate e 400 recentemente contrattate dall’Unione Africana, ha potuto effettuare solamente circa 4 milioni di vaccinazioni, concentrate per il 90% in Marocco. E il restante 10% si limita a meno di dieci paesi

Dinanzi a una tale situazione, è impossibile non condividere l’osservazione di Salim Abdool Karim, presidente del comitato consultivo sudafricano per il coronavirus: “Per me, sarebbe inconcepibile che un paese come gli Stati Uniti o il Regno Unito inizi a vaccinare i giovani a basso rischio, quando qui in Africa non abbiamo nemmeno iniziato a vaccinare gli operatori sanitari e gli anziani”.

Ma questo è proprio quanto sta succedendo. In una siffatta realtà è surreale l’accaduto in Tanzania, paese il cui presidente, John Migafuli, dichiaró il 5 giugno scorso, che era libero dal COVID-19, essendosi registrati in precedenza 509 casi e 21 decessi, proponendo improbabili difese, quali frullati vegetali. L’invito del Direttore per l’Africa dell’OMS a preparare un piano di vaccinazione è stato respinto dal Governo, come lesivo dell’autonomia nazionale. In una tale situazione, l’ambasciatore degli Stati Uniti, Donald Wright, medico egli stesso, ha ritenuto di inviare un messaggio ai tanzaniani, con opportuni richiami alla realtà. Ma come non sorridere, quando si legge: “Come ha dichiarato il nostro nuovo Segretario di Stato Tony Blinken, “Finché tutti nel mondo non saranno vaccinati, allora nessuno sarà davvero completamente al sicuro”. I vaccini hanno aiutato a sradicare alcune delle peggiori malattie sulla terra, e non c’è dubbio che una campagna di immunizzazione di massa salverà delle vite.  Basta guardare i numeri negli Stati Uniti; nelle ultime due settimane, quando sono state fatte milioni di vaccinazioni, il numero di nuovi casi di Covid-19, di ricoveri e di morti ha cominciato a diminuire.  Esorto il governo della Tanzania a convocare i suoi esperti di salute e a rivedere le prove sui vaccini.” Sarebbe facile fare dell’ironia dicendo che per questo non c’è fretta.

La gravità della situazione africana non deve essere sottovalutata. Un recente studio del British Journal of Medicine6 ha mostrato che a Lusaka, capitale dello Zambia, tra luglio e settembre, il COVID-19 ha causato almeno il 15% delle morti.  Il settanta per cento dei deceduti è morto in casa e non è mai stato sottoposto a test. La spiegazione proposta, in contrasto con le usuali spiegazioni del minor numero di infezioni e morti per COVID-19 rispetto all’America e all’Europa (immunità di gregge cross-reattiva indotta dall’esposizione ad altri coronavirus, struttura di età più giovane nelle popolazioni africane, esperienza acquisita durante la crisi di Ebola, risposte immunitarie innate non specifiche protettive contro COVID-19) è stata molto semplice: dati insufficienti, problema presente anche nei paesi avanzati, ma gigantesco in paesi in sviluppo.

È certamente migliore la situazione dell’America Latina che ha potuto utilizzare il 6.5% dei vaccini somministrati. È un dato che persino potrebbe apparire soddisfacente, considerando che la sua popolazione è il 5.6% di quella mondiale. Il giudizio cambia naturalmente, quando si noti che nell’Unione Europea e in Gran Bretagna, che fino a due mesi fa ne faceva parte, con una popolazione totale poco maggiore di quella latinoamerica, le vaccinazioni sono tre volte e mezzo più numeroseche in America Latina. Il confronto con Nord America è ancor più impietoso.

In America Latina si registrano grandi differenze, anche se meno vistose che in Africa. Diciannove paesi paesi latinoamericani e dei Caraibi hanno vaccinato un ventesimo di quanto hanno vaccinato Brasile, Messico, Argentina e Cile. È pur vero che alcuni di quei paesi, soprattutto i sette dei Caraibi hanno popolazioni poco numerose, ma questo non vale per paesi come la Colombia o l’Ecuador o il Perù. Ci pare però pertinente notare che tre dei paesi con maggior numero dei vaccini sono proprio quelli dove si è avuta una produzione nazionale di vaccini, mentre il quarto si è beneficiato dell’immediata reazione del suo governo alla pandemia e dell’aver ricevuto effettivamente molte delle dosi acquistate.

Per concludere, ricordiamo che la proposta di MsF ha ricevuto il 1 marzo un appoggio significativo, quello di Link 2007- Cooperazione in Rete, con argomenti, in gran parte analoghi a quelli qui presentati.7

 

  • – Muglia, A, L’appello a Draghi: «Sospendiamo i brevetti sui vaccini anti Covid», Corriere della sera, 1 marzo 2021
  • – R. Jacchia, Se in tempi di COVID la proprietà intellettuale scatena conflitti, ABOUTPHARMAonline, 16 dicembre 2020
  • – World Trade Organization, Developing and Delivering COVID-19 Vaccines Around the World, 22 Dicembre 2020
  • – A. Agudo, Choque entre el norte y el sur por las patentes covid-19, El País, 10 Dicembre, 2020
  • – C. Çakmaklı, S. Demiralp, Ş. Kalemli-Őzcan, S. Yeşiltaş, M. A. Yıldırım, The Economic Case for Global Vaccinations: An Epidemiological Model with International Production Networks, Gennaio 2021
  • – Mwananyanda et al., Covid-19 deaths in Africa: prospective systematic postmortem surveillance study, BMJ2021; 372: n334
  • – https://www.difesapopolo.it/Idee/Vaccini-anti-Covid-la-cooperazione-italiana-a-Draghi-Si-a-una-deroga-ai-diritti-di-proprieta-intellettuale

 

 

 

 

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