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Fabio Capello: “Scudetto? La favorita è l’Inter”

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AgenPress. Fabio Capello è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format “I Lunatici”, condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì notte dalla mezzanotte alle sei.

Capello ha parlato del campionato appena iniziato: “Quest’anno la favorita è l’Inter. Perché nella voglia di cambiare giocatori, ha tenuto anche dei calciatori che dovevano andare via e invece son rimasti.Ha una rosa super fornita, di grande livello. La Juve ha fatto ottimi acquisti ma bisognerà vedere come riuscire a metterli in campo. Stavolta gli avversari sono molto competitivi. Metto prima l’Inter. Poi il Napoli. E poi per la Champions il Milan insieme alla Roma. L’Atalanta? E’ molto interessante, se recupera Ilicic diventa una mina vagante, vedremo come si posizionerà alla metà del torneo. E’ una squadra da temere da parte di tutti, è una squadra pericolosa, da temere sotto tutti gli aspetti”.

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Sul calcio senza pubblico: “Ci sono delle valutazioni da fare, ci sono giocatori che senza pubblico rendono di più, hanno più coraggio, si segnano più gol. Il pubblico se non hai personalità ti blocca, per alcuni calciatori giocare senza tifosi è produttivo. Io direi che senza pubblico manca quell’atmosfera trainante, io alla forza del pubblico do il venti percento. Ci sono squadre che quando giocano in casa vivono delle trasformazioni pazzesche”.

Sul suo rapporto con la notte: “Di notti insonni ce ne sono state nella mia carriera, soprattutto dopo qualche sconfitta immeritata, dopo aver lavorato tanto. Ricordare le facce tristi di giocatori e dirigenti mi faceva essere insonne. E poi anche per qualche motivo più personale, privato. Se dovessi dirne una, quella dopo la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Marsiglia. E poi dopo una finale di Intercontinentale a Tokyo, contro il Velez. Fu una partita dominata, il portiere loro parò l’impossibile, ci diedero un rigore contro per un fallo stupido e perdemmo una partita stradominata”:

Sui suoi esordi da calciatore: “Sono nato in un paese con 1100 abitanti. L’unica cosa che si faceva era giocare a calcio. Ho sempre giocato. Prima a Ferrara, con la Spal, con la Primavera. Poi sono entrato in prima squadra, mi sono trasferito alla Roma, ho vinto una Coppa Italia con Herrera, poi sono arrivato alla Juve e ho esordito in Nazionale. Ho fatto tutto passo dopo passo. Il momento più alto da calciatore? Il gol all’Inghilterra. Una delle cose più tristi, che non mi hanno fatto dormire, è stata l’eliminazione dai mondiali del 74 in Germania. La delusione e la rabbia dei nostri connazionali emigrati mi hanno colpito molto. Il gruppo era fortissimo, ma si è disgregato già quando furono dati i numeri delle maglie per le gare del mondiale. Quando furono assegnati i numeri, alcuni dissero che già avevano capito quali sarebbero stati i titolari. E’ iniziata una battaglia tra Lazio e Napoli contro Milan, Inter e Juventus. Un po’ sud contro nord”.

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Sulla carriera da allenatore: “Ho imparato tanto da Elenio Herrera e Liedholm. Per capacità e intelligenza di gestire varie situazioni. Sono stato contento di tutte le esperienze che ho avuto, ho fatto una carriera interessante sotto tanti aspetti, ho girato il mondo, tra Italia, Spagna, Inghilterra, Russia e Cina, mi sono migliorato in tutte le conoscenze. Per quanto riguarda la cultura e il calcio. L’arrivo al Milan? Mi chiamò Berlusconi, io avevo fatto l’allenatore per cinque partite e avevo qualificato la squadra in Coppa Uefa. Mi stavo occupando del settore giovanile, al Milan c’era Sacchi, aveva qualche problema con alcuni giocatori, diceva che bisognava cederli, Berlusconi invece decise di tenere i giocatori e di chiamare me in panchina. Io dissi di sì, mi mancava tantissimo il campo. Il più forte che ho allenato al Milan? Difficile da dire. Gli olandesi erano fortissimi. Savicevic era fenomenale. Ci misi tre mesi a fargli capire cosa volevo, era abituato a ricevere la palla e basta. Una delle considerazioni che ho sempre fatto in quel periodo è che che era difficile vincere il pallone d’oro per chi non faceva l’attaccante. Baresi e Maldini l’avrebbero sicuramente meritato”.

Sullo scudetto alla Roma: “Pensare che fui vicinissimo alla Lazio nel 1997. Ci incontrammo a Madrid, allenavo il Real, poi mi richiamò Berlusconi, al quale dovevo tutto e a quel punto per riconoscenza accettai al Milan e fu il mio più grave errore nelle scelte tornare. Io ho una capacità nel costruire le squadre, lì mi ritrovai con la squadra fatta, e non era una squadra competitiva. Lo scudetto nella Roma? Non è una leggenda che uno scudetto a Roma vale più che a Milano o Torino. Se hai la squadra a vincere lo scudetto ci arrivi anche a Roma. E’ il dopo che è difficile. Si continua a festeggiare anche dopo lo scudetto per mesi. Non si ha più voglia, concentrazione, attenzione. Ci sono le radio, tutti lavorano per farti rilassare. L’ambiente romano? Per me non era un problema, io con le radio non andavo d’accordo, avevo detto subito che con le radio del raccordo anulare non avrei parlato. Non ero disponibile a parlare ogni giorno di quello che succedeva nello spogliatoio. Tanto lo sapevano comunque, perché a Roma si sa tutto. I giocatori, i procuratori, qualcuno che chiacchiera, c’è sempre. E’ difficile mantenere un segreto. Ricordo quando chiamai Sensi, io non ho mai avuto procuratori, lui mi disse che mi voleva in panchina, ci incontrammo, firmai il contratto. C’era un problema con molti giocatori che Zeman avrebbe voluto mandare via. La squadra era forte, dopo un anno capimmo che serviva un giocatore di un certo livello, che facesse la differenza, e fu fatto un sacrificio per acquistare Batistuta. Arrivò con dei problemi al ginocchio ma si curò e fu fondamentale. Totti? Io ho sempre chiesto e dato rispetto ai giocatori. Devi essere captano non solo per lo scambio del gargliardetto. Devi essere leader in tutti i momenti. Volevo che fosse così”.

Su Cassano e Ronaldo: “Ronaldo il fenomeno era il più forte di tutti. E’ stato il migliore. Ma è stato anche il giocatore che ho fatto cedere al Real Madrid perché non voleva perdere peso. Anche con quel peso enorme aveva ancora delle qualità incredibile. E’ stato importante cederlo quando ero al Madrid, vincemmo il campionato. Io gli dissi che doveva mettersi a dieta. Gli chiesi di dimagrire. Mi disse che nel 2002 pesava 84 chili, quando lo allenavo io ne pesava 96. Gli chiesi di arrivare a 89, ma non ce la fece. Cassano? Giocatore straordinario, talento unico, sotto certi aspetti vicino alla porta qualche volta aveva più talento di Totti, nello stretto aveva quel dribbling che gli permetteva di saltare l’uomo. Però purtroppo anche lui dopo un anno non aveva capito la sua forza. Un talento sprecato”.

Sulla Nazionale Italiana: “C’è stato un momento in cui sono stato vicino alla panchina azzurra, io ho rifiutato perché non mi sentivo di poter allenare la nazionale italiana. Ora la squadra di Mancini ha una grande fortuna, ha bei giocatori. Ha un grande portiere, che fa sempre la differenza, e abbondanza di forza e qualità a centrocampo. Con forza e qualità a centrocampo, hai qualcosa di veramente importante”.

 

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