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Giampiero Gramaglia: “Ecco le 5 ‘armi’ per sconfiggere il terrorismo”

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AgenPress. L’attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, quello al Bataclan, il camion lanciato sulla folla ai mercatini di Natale di Berlino o quello che ha travolto i francesi sul lungomare di Nizza durante la festa nazionale. Sono alcuni degli attentati che hanno lasciato una scia di sangue in Europa e causato numerosi morti. Vittime che l’Unione Europea commemora ogni anno l’11 marzo. Una giornata istituita dal Parlamento Ue dopo gli attentati di Madrid del 2004 che hanno provocato 191 morti e circa 2.000 feriti. Tra il 2015 e il 2018 nove Paese dell’Ue hanno subito attacchi terroristici, in seguito ai quali l’Unione ha potenziato i suoi mezzi per proteggere i cittadini e aiutare le vittime. Nel gennaio 2020 è stato aperto un centro di competenza dell’Ue per le vittime del terrorismo con lo scopo di fornire assistenza alle autorità nazionali.

Una lunga scia di attentati

Sono 436 gli attacchi terroristici, compresi quelli falliti e sventati che sono stati registrati nell’Unione Europea dal 2017 al 2019: il 63% sono stati attribuiti a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 16% a movimenti della sinistra radicale, il 2,8% a gruppi di estrema destra, il 18% sono azione di matrice jihadista. E’ quanto emerge dal secondo rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React2021) che ha il patrocinio del Ministero della Difesa. Dal 2014 al 2020 – spiega nel rapporto il direttore esecutivo Osservatorio React Claudio Bertolotti – sono state registrate 146 azioni riconducibili al terrorismo islamico alla quali hanno preso parte 188 terroristi, causando 406 vittime e 2.421 feriti.

L’intervista

Interris.it ne ha parlato con il dottor Giampiero Gramaglia, giornalista professionista e consigliere dell’Istituto Affari Internazionali.

Dottor Gramaglia, perché è stata istituita una Giornata europea per le vittime del terrorismo?

“Purtroppo il fatto che si pensi a una giornata del genere, così come in Italia il 9 maggio, testimonia l’esistenza di un problema terrorismo con cui i singoli Stati dell’Ue devono confrontarsi. Vuol dire che c’è stata e c’è un’emergenza per contrastare questo fenomeno e che, prima di trovare una risposta efficace questo fenomeno ha provocato delle ferite alla società, causato vittime e innescato lutti. Questo non vuol dire né aver sconfitto né essersi arresi al terrorismo. Significa aver avuto nella storia esperienze, nel presente rischi di terrorismo e avere la volontà di rispondere”.

Di quali strumenti si è dotata l’Unione Europea per contrastare il terrorismo?

“Sul terreno della difesa e della sicurezza, purtroppo, non ha particolari strumenti. C’è collaborazione tra i vari corpi di polizia, con l’Europol, e ci sono iniziative giudiziarie. La sicurezza interna non è una competenza dell’Ue. Tuttavia, con il passare del tempo, le interazioni tra gli organi di sicurezza interna dei vari Paesi sono migliorate, ci sono stati successi in questo campo, ma ci sono anche testimonianze come lo scambio di informazioni o il trasferimento di conoscenze da una forza di polizia all’altra non sono sempre efficienti”.

Perché il terrorismo di matrice integralista ha colpito più la Francia e il Belgio, rispetto ad altri Paesi?

“In parte perché in questi Paesi l’immigrazione islamica è di lunga data. Ad essere ‘pericolosi’ o a rischio sul piano della radicalizzazione si sono dimostrati, sinora, gli appartenenti alla seconda generazione. Quelli della prima sono troppo impegnati a cercare di sopravvivere, cercare di radicarsi in un Paese che non sempre li accoglie bene, anzi, spesso con diffidenza. La seconda generazione di migranti – ma questa non è una giustificazione – misura di più le differenze, le iniquità sociali che ci possono essere, le difficoltà nell’inserimento sociale, le prospettive di vita e di lavoro. Quindi c’è più rabbia o si sviluppano di più sentimenti di ostilità di avversione; c’è anche la mitizzazione – che i padri non hanno – del Paese di origine, di cui magari hanno solo un vago ricordo e di cui non conoscono le ingiustizie e le disuguaglianze. Questo è un fatto che diversifica la Francia dall’Italia. E poi, senz’altro, ci sono comunità islamiche che potrebbero risentire di situazioni internazionali che hanno coinvolto i loro Paesi di origine, come conflitti, contrasti occidentali giocati sulle loro terre natali. Ciò si può tradurre in frustrazione e sfociare in rabbia”.

Quale potrebbe essere un’arma vincente per sconfiggere il terrorismo?

“La tolleranza, l’integrazione, l’accoglienza, l’equità e la giustizia. Armi che richiedono tempi relativamente lunghi, ma è un’arma che nel momento in cui il terrorista colpisce ne rende difficile l’impiego. Se il terrorista colpisce, la reazione immediata – oltre a quella di punire che è giusto – è quella di collocare tutto il tessuto sociale, culturale e religioso da cui proviene in un’area di diffidenza e di contrasto. Certo, il terrorismo si oppone o cerca di fare in modo che queste armi non vengano utilizzate nei suoi confronti, perché prosciugano lo stagno in cui gracida. Bisogna avere la costanza di usarle anche se un attentato viene a mettere alla prova la perseveranza del praticare questi strumenti”.

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