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Il presidente emerito Cesare Mirabelli: “Dopo la tragedia Covid, serve una svolta culturale”

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Sulle colonne di Interris.it, il presidente emerito della Corte Costituzionale, il prof. Cesare Mirabelli, parla dell’emergenza che ha stravolto il nostro Paese e sottolinea come sia necessario un atteggiamento più attento alla solidarietà e a quello che è il valore della vita


Agenpress. Nella fase di emergenza coronavirus, il comportamento degli italiani mi è parso di disciplina, in osservanza delle prescrizione sanitarie, sembra sia stata una prova di maturità, peraltro riconosciuta che ha sorpreso un po’. Per quanto riguarda i provvedimenti adottati, scontiamo una certa confusione, in parte dovuta a una novità dell’emergenza. Vediamo una conflittualità fra Stato e regioni, una sovrapposizione di provvedimenti che disorientano. Non è un giudizio negativo, ci si è trovati di fronte a una situazione totalmente nuova che, però, costituisce una specie di stress-test dal vivo per vedere cosa c’è da fare, organizzativamente, nelle istituzioni. Piani per l’emergenza devono essere elaborati e tenuti nei tempi di tranquillità perché, sperabilmente, non vengano posti in essere ma, nel caso sia necessario, siano pronti per esserlo.

Alcuni focolai di infezione si sono verificati negli ospedali, nei pronti soccorso, nelle sale d’attesa per una minor organizzazione dei percorsi. Il numero elevatissimo di medici, infermieri infettati, oltre che segnalare l’impegno di questa categoria di professionisti nel svolgere la loro professione, mostra anche che gli strumenti di prevenzione sono stati scarsi e inadeguati. E questa è un’altra criticità. Da un punto di vista organizzativo, anche la sottovalutazione delle esigenze di terapia intensiva. In Germania erano molto più numerose quelle disponibili, noi siamo stati impreparati. Scontando la difficoltà del momento, occorre trarre insegnamento: una migliore organizzazione avrebbe potuto attenuare alcune situazioni di particolare gravità, come quelle lombarde.

Non si tratta di essere assorbiti dall’emergenza e chiudere il capitolo ma dall’esperienza, individuare una strategia per il futuro sul medio lungo periodo. Questo è l’interrogativo che il Paese ha davanti. Quale direttrice percorrere: istituzioni, società, comportamenti individuali, modello di rapporto e di sviluppo da perseguire. Non è solo un problema italiano ma ciascun Paese deve fare un’autoanalisi.

Dal punto di vista istituzionale, dare un miglior assetto anche dal punto di vista costituzionale, cercare di istituire un migliore rapporto tra Stato e regioni nel settore della sanità e anche in altri. Una valorizzazione delle autonomie e di quello che accade a livello locale, ed emerge anche in questa vicenda, perché ci sono aree del Paese dove è stata  minore la diffusione dell’epidemia e, con le restrizioni, si potrebbe tornare alla normale attività, naturalmente vigilata. Inizierebbe l’impegno della ricostruzione, reintrodurre una chiara clausola della supremazia dello Stato, non per comprimere l’autonomia regionale ma per migliorare la leale cooperazione. In un Paese più indisciplinato da un punto di vista istituzionale, come la Germania, la cancelliera a convocato una riunione, è stata decisa una linea e quella è stata. Una regia, una condivisione e una valutazione delle situazioni locali: mi sembra che a questa via ci si avvicini ora, se si prefigura uno schema per valutare l’andamento epidemico e lasciare quindi misure più stringenti o un passaggio dalle une alle altre.

Quando penso alla necessità di una strategia penso a quello che può essere l’effetto prossimo, futuro. Ci sono problemi che sono sanitari, sociali, economici con le conseguenze sociali che ne derivano. E aggiungerei problemi culturali, che sono forse sullo sfondo ma sono altrettanto importanti. Quelli economici li vediamo subito: c’è necessità di aiuto a persone in difficoltà, di sostegno per le aziende… Ma una società non si regge sull’aiuto. Superato il momento dell’emergenza bisogna trovare lavoro, sviluppo. Non possiamo immaginare di essere in una condizione permanente di assistenza. Bisogna essere permanenti protagonisti nell’impresa e nel lavoro, credo che la dignità della persona è la dignità del lavoro. Il sussidio è doveroso in un momento di emergenza ma non deve provocare assuefazione, anche perché non ci sono risorse per questo e non possiamo sperare che ce ne diano altri.

Cosa fare per ripartire? L’occasione di investimenti solleciti lo sviluppo. Vediamo come è necessario rafforzare le infrastrutture, trasporti in tutto il Paese. E anche quelle infrastrutture immateriali come conoscenze e formazione. Vedo con pericolo il permanere di difficoltà nel funzionamento, oggi necessariamente bloccato, delle scuole. L’istruzione non è solo l’elemento che accresce le possibilità di ciascun individuo, nonché il fattore decisivo dell’ascensore sociale. La formazione cerca di stimolare anche le attività produttive nei settori in cui è più elevata. In alcuni settori il Paese lo ha fatto bene, come in quello farmaceutico.

Bisogna muoversi su due linee: una strategica, molto elevata, cose che vanno fatte con la tempestività con la quale, nella disgrazia, si è intervenuti per il Ponte di Genova. E poi migliaia di piccoli interventi come la messa a norma degli edifici, che creano lavoro.

C’è insomma bisogno di una svolta culturale. Cioè, cogliere da questa esperienza quali sono i valori che devono ispirare la nostra vita: il rispetto innanzitutto, anche dei doveri che la Costituzione impone a tutti. Riscoprire una funzione sociale anche della proprietà, non in una visione iperegoistica ma mettendo in campo un atteggiamento solidaristico. Sviluppare, dunque, una coscienza civile, che va dall’indossare la mascherina all’impegno dei professionisti, svolto in maniera generosa. Serve un atteggiamento più attento alla solidarietà e a quello che è il valore della vita.

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