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‘Ndrangheta. Operazione “Perseverance”, 29 indagati e 9 arresti a Reggio Emilia

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AgenPress – Si è conclusa questa mattina l’operazione “Perseverance”, un’attività investigativa contro le cosche di ‘Ndrangheta attive in Emilia Romagna, che ha portato all’arresto di nove persone (sette in carcere e due ai domiciliari) e all’esecuzione di una misura interdittiva.

Eseguite anche 35 perquisizioni nelle province di Reggio Emilia, Modena, Ancona, Parma, Crotone, Milano, Prato, Pistoia e Latina, nelle abitazioni di tutti e 29 gli indagati dall’attività investigativa condotta dai poliziotti delle questure di Reggio Emilia e Modena e dai carabinieri del Comando provinciale di Modena.

Le accuse sono diverse: associazione di tipo mafioso finalizzata al recupero crediti di natura estorsiva, al trasferimento fraudolento di valori mediante l’attribuzione fittizia della titolarità o disponibilità di denaro o altri beni, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, o di agevolare il riciclaggio e il reimpiego di denaro o altri beni di provenienza illecita, anche tramite falsità ideologica in atti pubblici commessa da pubblici ufficiali e da privati.

Si tratta di due filoni investigativi, seguiti da Polizia e Carabinieri, che ad un certo punto hanno trovato una convergenza nell’uomo accusato di essere a capo della cosca di ’Ndrangheta operante in Emilia.

I carabinieri di Modena stavano indagando proprio su quell’uomo, i cui tre fratelli erano stati condannati come importanti esponenti della ’Ndrangheta emiliana.

Sotto la lente d’ingrandimento c’era l’organizzazione del gruppo criminale e la sua capacità di infiltrazione nei settori nevralgici dell’economia e della vita civile.

L’uomo aveva la gestione indiretta di numerose attività economiche nelle province di Modena e Reggio Emilia, e utilizzava dei prestanome nel tentativo di proteggere il patrimonio di famiglia da possibili sequestri.

I poliziotti stavano indagando su un altro criminale, i cui due fratelli erano anch’essi stati condannati nel processo “Aemilia” per associazione di tipo mafioso.

L’uomo aveva preso in mano l’attività di famiglia, e in particolare aveva messo in contatto la cosca emiliana con due insospettabili cittadini modenesi che, tra le altre cose, gli avevano commissionato il recupero di un credito di circa 2 milioni di euro ad una persona, a tutela della quale era intervenuto un uomo, risultato essere un referente proprio della persona su cui stavano indagando i carabinieri.

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