Acque reflue. Tre procedure di infrazione della Ue per spingere l’Italia a mettere a norma 900 agglomerati urbani

0
1689

Agenpress. L’incapacità di affrontare l’emergenza raccolta e trattamento delle acque reflue è uno dei peggiori fallimenti del governo nazionale e delle Regioni italiane nel settore della tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

A causa di decenni di incuria e di malgoverno ci sono circa 900 agglomerati urbani italiani che non rispettano le normative europee in materia di depurazione delle acque e di impianti fognari.

Una situazione scandalosa che ha portato l’Italia ad essere interessata da tre procedure d’infrazione della Ue, per due delle quali la Corte di giustizia ha già formulato un primo pronunciamento di condanna.

Il quadro complessivo della situazione è il seguente: per la prima procedura d’infrazione, la numero 2004/2034, la Corte di giustizia il 19 luglio del 2012 ha già emesso una sentenza di condanna. La procedura, che interessa bacini di utenza che superano i 15 mila abitanti, quando è stata avviata, riguardava 109 agglomerati urbani. Ad oggi, stando alle informazioni del ministero dell’Ambiente, gli agglomerati ancora non in regola dovrebbero essere circa 80. Di questi agglomerati 10 dovevano essere messi a norma entro il 2016; 58 tra il 2017 e il 2019 e 12 tra il 2020 e il 2022. Nell’ultimo conteggio del 2015 le regioni interessate erano: Abruzzo (1 agglomerato), Calabria (13), Campania (7), F. V. Giulia (2), Liguria (3), Puglia (4), Sicilia (51 agglomerati). Per questa procedura, l’8 dicembre scorso, la Commissione ha chiesto di comminare all’Italia una sanzione forfettaria di circa 63 milioni di euro, oltre a una sanzione giornaliera di 350mila euro.

La seconda procedura di infrazione, la numero 2009/2034, è riferita a bacini che superano i 10 mila abitanti. Quando è stata avviata riguardava 34 agglomerati. Ad oggi, stando alle ultime informazioni del ministero dell’Ambiente, 25 dovrebbero essere già stati messi in regola entro il 2016 e nove dovrebbero essere a norma tra il 2017 e il 2019. Le regioni interessate sono: Abruzzo (1 agglomerato), Lazio (1), Lombardia (14), F. V. Giulia (5), Marche (2), Puglia (2), Sicilia (5), Sardegna (1), Valle d’Aosta (1), Veneto (1), Piemonte (1). La terza procedura di infrazione, la numero 2014/2059, è riferita a bacini che superano i duemila abitanti. Quando è stata avviata riguardava 817 agglomerati. Ad oggi, stando alle ultime informazioni del ministero dell’Ambiente, circa 120 dovrebbero essere stati messi in regola. All’epoca erano interessate tutte le regioni italiane eccetto il Molise. In particolare: Provincia autonoma di Bolzano (1 agglomerato), Provincia autonoma di Trento (2), Valle d’Aosta (2), Piemonte (2), Lazio (6), Umbria (9), Emilia-Romagna (9), Liguria (7), F. V. Giulia (8), Abruzzo (22), Veneto (30 agglomerati), Basilicata (40), Toscana (41), Puglia (27), Marche (46), Sardegna (55), Campania (108), Lombardia (99), Calabria (128), Sicilia (175).

Per effettuare gli interventi di messa a norma degli agglomerati, il Cipe, con la delibera numero 60 del 30 aprile 2012, ha assegnato alle Regioni Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna un miliardo e 776 milioni di euro per la realizzazione di 183 interventi. A tal fine, sono stati sottoscritti una serie di Accordi di programma quadro tra i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico e le Regioni interessate. Altri Accordi di programma quadro, a seguito di ulteriori finanziamenti previsti dalla legge di Stabilità 2014, sono stati sottoscritti tra ottobre e novembre del 2014. Inoltre, per accelerare la realizzazione degli interventi è stata attivata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministero dell’ambiente, la procedura di commissariamento prevista dall’articolo 7 della legge Sblocca Italia.

PIERNICOLA PEDICINI – Eurodeputato del M5S (Membro della Commissione ambiente e sanità)

Commenti
loading...