Blue Whale. Don di Noto. “In Italia circa 4.000 persone si tolgono la vita ogni anno”

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Agenpress – “L’allarme Blue Whale esiste perché i giovani, certo, ma anche tanti adulti sono rimasti senza punti di riferimento. Malati di solitudine e consapevoli che la fragilità, non accettata dalla società dell’apparenza e della esclusione, li emargina sempre di più. Del resto come si può pensare diversamente quando l’estremo gesto di rinunciare alla vita è quasi ogni giorno silenziosamente taciuto e un dramma che non vuole essere visto, nessuno vuol vedere”. Parole dure quelle di don Fortunato Di Noto, il sacerdote e fondatore dell’Associazione Meter Onlus (www.associazionemeter.org) che alza la voce sui suicidi o tentati suicidi di minorenni.

Per don Fortunato: “In Italia, dicono le statistiche, circa 4.000 persone si tolgono la vita ogni anno, e tra essi ci sono tantissimi giovani! E in questa storia di suicidi la “balena blu” non ha niente a che fare. Comunque un grande problema umano che devasta chi poteva fare qualcosa e non lo ha fatto”.
Per il presidente Meter: “Migliaia di giovani chiedono che qualcuno si prenda cura di loro (Meter ne ha segnalati migliaia, ha risposto a diversi appelli): chi partecipa a Blue Whale cera ‘un curatore’ che lo aiuti, guidandolo attraverso i livelli della negazione della vita. E tutto questo per raggiungere l’obiettivo finale: scegliere un posto per farla finita e magari platealmente. Per far vedere che nella negazione che hanno deciso di scegliere deliberatamente, gli altri potranno parlare e altri potranno, attraverso questo esempio, fare alla stessa maniera. Un tentativo di ‘fare notizia’”.
Quale cura, allora? “Penso che mettersi in ascolto e rispondere a questi appelli di cura potrebbe essere già una buona prassi. La dovrebbe adottare chiunque si imbattesse in questi messaggi. Che non sono solo stupidità, ma la spia di un malessere. Sono appelli disperati di naufraghi della vita”.
Per Di Noto: “Molti altri, tanti, la maggior parte chiedono aiuto per la loro situazione di vita ed è qui forse l’assunzione di un impegno: chi ama la vita deve frequentare questi luoghi e iniziare l’opera di persuasione, prevenzione, informazione: si deve dire che non si è soli, che la vita si può affrontare diversamente. Ricordo, alcuni anni fa, di aver trovato un messaggio in una bacheca, di un ragazzo che voleva farla finita: solo la tempestività e la segnalazione riuscimmo a salvare quel ragazzo dalle sue intenzioni di ‘farla finita’”.
Quindi: “Un messaggio non significa che è già tutto finito, ma è un appello affinchè possa essere ascoltato, aiutato, accompagnato. Un messaggio online può significare che la porta è sempre aperta, che non è stata chiusa con il catenaccio, che ho la possibilità di poter ancora fare entrare qualcuno nella mia vita”.

Insomma: “Non c’è fragilità che non possa essere affrontata e curata. Facciamoci curatori dei fragili, scendiamo anche noi nelle profondità del mare della vita. Invece di leggere senza emozione e partecipazione empatica e chi ha anche delle responsabilità spirituali, pastorali, pedagogiche si faccia prossimo, con autenticità. Dietro un messaggio c’è sempre una persona umana. L’emulazione non è una via praticabile: emuliamo però più la vita che la morte”, conclude.

 

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