Mantova. 20a assemblea nazionale del Coordinamento Agende 21 locali italiane

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Agenpress. A pochi giorni dall’approvazione della Strategia nazionale per lo Sviluppo sostenibile da parte del Consiglio dei Ministri, il Coordinamento Agende 21 locali italiane – che riunisce quasi 420 realtà tra Regioni, Province, Comuni,- ha aperto oggi la sua 20a assemblea a Mantova (fino a domani 6 ottobre), ponendo al centro proprio alcuni degli obiettivi fissati dall’Onu con Agenda 2030 e ora recepiti dalla strategia italiana.

Un’occasione, pur nell’evidente ritardo del nostro Paese, per raccontare quel tessuto diffuso ma spesso poco visibile di nuova cultura e progettualità nate “dal basso” nelle nostre città e nei territori. E insieme tutta la loro difficoltà a diventare “sistema”, a essere consapevoli dell’efficacia delle azioni avviate, a dotarsi di strumenti e risorse adeguati.

«Il nostro compito come Coordinamento – ha detto Adriana Nepote, presidente del Coordinamento A21 locali – è proprio quello di creare consapevolezza rispetto a quanto, con fatica, si sta facendo nella direzione degli obiettivi di Agenda 2030, offrire strumenti di supporto e accompagnamento, mettere in rete le esperienze esistenti, soprattutto quelle più innovative in termini di pensiero come di azione, infine di raccontarne e condividerne i risultati».

A disegnare in tal senso una mappatura il recente monitoraggio avviato dal Coordinamento presso i propri aderenti e presentato stamattina in Assemblea nei suoi primi risultati: ne esce, in via generale, che la conoscenza di Agenda 2030 e dei suoi obiettivi è ancora a uno stadio iniziale nella maggioranza delle pubbliche amministrazioni interpellate, e che la loro integrazione nelle politiche pubbliche locali resta ancora limitata. Nel concreto i progetti si concentrano nei seguenti ambiti: utilizzo di energie rinnovabili e miglioramento dell’efficienza energetica; riduzione degli impatti ambientali nelle città, puntando a un approccio di “urbanizzazione sostenibile” (riqualificazione delle periferie, infrastrutture verdi,…); integrazione delle azioni di contrasto al cambiamento climatico nelle politiche pubbliche ed educazione sui temi.

Trasversale alle esperienze analizzate un dato: la maggior parte delle azioni trova supporto nei finanziamenti europei. Anche lo stesso Coordinamento è partner oggi di tre progetti europei: Life+ Master Adapt, progetto cofinanziato dal programma Life+ della CE che intende sviluppare una metodologia operativa comune perché Regioni, città metropolitane e consorzi di città possano inserire nei propri piani e programmi l’adattamento ai cambiamenti climatici; la prima azione, conclusa e presentata oggi, consiste in un’analisi climatica e una valutazione di vulnerabilità dei territori coinvolti e potrà fornire dunque indicatori e linee guida a livello locale. Il progetto Life+ Derris, invece, ha l’obiettivo di fornire alle PMI gli strumenti necessari (tra cui un tool di autovalutazione) per prevenire e ridurre i rischi di eventi climatici estremi, in un Paese come il nostro che vede le imprese generalmente poco preparate ad affrontare il loro impatto sul proprio business e tanto meno a prevenirlo: le stime (Aiba) dicono che il 90% di PMI che, in conseguenza a un evento catastrofale, rimangono inattive per una settimana, fallisce entro un anno. Infine, Life+ Veneto Adapt ha lo scopo di definire le linee guida per la creazione di un piano di adattamento ai cambiamenti del clima attraverso la sperimentazione in alcune città venete partner del progetto.

Ma la progettazione europea garantisce sostegno al “solo” disegno di strategie e di modelli. Che certo è cosa importante, anche perché sollecita a una visione integrata – dove sociale, ambientale ed economico sono saldamente connessi tra loro nella declinazione della sostenibilità – e alla costruzione di reti, ma non porta risorse all’attuazione e alla gestione dei progetti. A dire che quello degli strumenti e delle risorse resta, appunto, un nodo fondamentale. Lo ha evidenziato anche Davide Dal Maso, project manager di Unep e collaboratore della piattaforma Onu per la finanza sostenibile, che aprendo lo sguardo alla transizione verso un modello di economia sociale e sostenibile ha detto: «Richiederà un investimento, da qui al 2030, di centinaia trilioni di dollori ed è escluso che questi denari escano dalla tasche pubbliche, siano esse nazionali o europee. Sarà necessario mobilitare capitali privati e per far questo servono proposte sostenibili e “appetibili” dal punto di vista economico, ossia in grado, per qualità e dimensione, di attrarre l’interesse di privati. La buona notizia è che oggi questo interesse c’è, ad esempio per progetti di efficientamento energetico degli edifici, e quindi esiste una disponibilità potenziale di capitali».

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