Chiesa e psichiatria: andare oltre la routine di cura

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Agenpress. Il convegno “La Chiesa italiana e la salute mentale” è la prima iniziativa pubblica del  tavolo per la Salute Mentale della CEI, attivatosi nell’anno in corso per la volontà dell’ufficio per la pastorale della salute, con l’obiettivo di leggere le problematiche  della psichiatria secondo una precisa  prospettiva che ridia alla persona una sostanziale centralità.

I Fatebenefratelli contribuiscono a quest’iniziativa portandovi la secolare esperienza che hanno maturale nell’assistenza dei malati psichici e nella ricerca, che ha il suo baricentro nel Centro S.Giovanni di Dio di Brescia, unico Irccs nazionale specializzato nella malattia mentale.

Al convegno del 2 dicembre a Roma, prenderà la parola il presidente del Cda dell’Irccs fra Marco Fabello e una delle tavole rotonde sarà moderata da Giovanni Battista Tura, primario di psichiatria dell’Istituto, il quale, insieme allo psichiatra romano Tonino Cantelmi, radunerà in un confronto scientifico alcuni tra i maggiori esponenti della psichiatria italiana.

«Il contributo che la nostra attività quotidiana può portare alla riflessione della Chiesa e, in termini di confronto culturale e metodologico, alla psichiatria è sicuramente quello di un ri-orientamento  delle teorie e dei modelli in una logica che veda realmente la centralità della singola persona, e non già dei sistemi di cura – spiega Tura – . Ci aspettiamo una riflessione congiunta, dunque, che passi in esame i temi più attuali e trasversali alle varie aree di studio e operative, con particolare attenzione alle nuove fragilità, alle nuove vulnerabilità.

E’ ormai provato come dinamiche sociali emergenti, sostenute dalla logica del “provvisorio” e del precario stiano dando vita a nuove marginalità, a nuove forme di sofferenza psichica. Rimettere la singola persona, con la propria specifica umanità, con la sua “unicità” di fragilità – e pertanto rivedere da una prospettiva individuo-centrata le sofferenze psichiche – non è un atteggiamento solo virtuoso e umanizzante, ma si rivela l’approccio necessario perché gli interventi e gli esiti siano sostenibili ed efficaci.

E’ partendo da questa prospettiva che è necessario e opportuno rileggere le nuove emergenze, quelle dell’età evolutiva così come della terza età, quella della genitorialità fragile, quella delle nuove dipendenze, quelle delle nuove solitudini, di nuove “povertà sociali” e contemporaneamente rivedere modelli e sistemi di cura, modalità di accesso e fruizione delle stesse.

La mera e routinaria applicazione di ciò che sappiamo e che facciamo rischia di non intercettare il nuovo emergente; ridare centralità alla persona è unica alternativa che dia al nostro agire caratteri di sostenibilità ed efficacia».

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