Ceccanti: Il Pd va ricostruito, non smantellato

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Agenpress. Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato Pd vicino a Matteo Renzi, di via per il Pd ne vede una sola: «Deve rimanere un partito aperto, con primarie aperte e una leadership univoca».

Proprio per tracciare una base programmatica in vista del congresso, l’associazione Libertà Eguale si riunisce per una due giorni ad Orvieto, per ragionare sul tema de “L’edificio riformista. Le ragioni del crollo e i pilastri della ricostruzione”.

La difficoltà del centrosinistra mondiale è ovunque la stessa: quella di reinterpretare in modo nuovo le proprie politiche, per renderle comprensibili all’elettorato. Il caso italiano, dunque, è una specie di un genere più complessivo. A fronte di questo, si può reagire in due modi: guardare verso il passato e a una regressione alla seconda via, ovvero a una logica statalista e nazionale.

L’alternativa «Il Pd va ricostruito, non snaturato: sì a primarie e vocazione maggioritaria» è quella di creare la cosiddetta quarta via, quella verso cui è indirizzato l’incontro di Orvieto, in cui immaginare uno sviluppo legato alle istituzioni dell’Unione Europea. La prospettiva è quella di un nuovo modello democratico di funzionamento, nell’ottica di un bilancio non europeo ma della zona euro, che significa avere una prospettiva economica ma anche politica.

Il caso italiano ha delle specificità, che però hanno a che fare con lo stato della sua democrazia. Le grandi democrazie, infatti, non possono avere al tempo stesso partiti molto deboli e volatili nel consenso e istituzioni di governo altrettanto deboli: uno dei due pilastri deve essere in grado di reggere la democrazia. In Francia, per esempio, i partiti sono deboli ma le istituzioni sono forti, con maggioranze stabili come quelle che noi abbiamo nei comuni e nelle regioni. In altri paesi, invece, è più forte il sistema dei partiti, com’era in Italia nella prima repubblica. Oggi, però, dopo il fallimento del referendum costituzionale, il nostro Paese è nella situazione di avere sia i partiti che le istituzioni deboli.

Io ripartirei dalle istituzioni. Dopo il referendum abbiamo avuto una regressione proporzionalistica e vedo il rischio che il Pd riduca le proprie aspettative, accettando passivamente questo stato di cose. Per esempio, temo che il Pd non si ponga più il problema di un sistema istituzionale che affidi agli elettori la scelta del governo, ma che pensi di tornare al governo con imprese trasformistiche in Parlamento. Un altro mio timore, è che il Pd abbandoni il suo grande tratto di originalità che sono state le primarie aperte.

Vedo il rischio che il Pd vada a ritroso, rinunciando alle primarie aperte per ritornare all’anomalia italiana della divisione tra il segretario di partito e colui che viene chiamato a fare il premier. lo credo invece che il Pd debba rilanciare una battaglia perché, anche sul piano nazionale, si possa scegliere direttamente il governo, valorizzando in questo modo i partiti a vocazione maggioritaria. Il Pd non deve accettare passivamente la regressione proporzionalistica, è il sistema che si deve riallineare sulle modalità di funzionamento: dobbiamo rimanere un partito aperto, con primarie aperte e una leadership univoca.

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