La dipendenza da smartphone aumenta il rischio di abbandono scolastico

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Giuseppe Lavenia: «Bisogna restituire ai genitori il senso della genitorialità»
Gli ultimi dati di una recente ricerca dell’Associazione Di.Te. rivelano che i ragazzi fanno assenze per restare a casa a smanettare sul cellulare,
compromettendo l’andamento dell’anno scolastico


Agenpress. Quanto è emerso dall’ultima ricerca condotta dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, Gap, e Cyberbullismo) deve farci fermare a riflettere seriamente. Stando ai numeri, infatti, su un campione di 5.000 ragazzi tra i 13 e i 15 anni, il 38% dichiara di aver fatto in media 15 assenze per rimanere a casa davanti al pc o allo smartphone, il 18% di averne fatte 30 per la stessa motivazione e il 20% ha sfiorato i 100 giorni. Numero, quest’ultimo, che prevede la bocciatura e la perdita dell’anno scolastico. Se poi si indaga la fascia di età successiva, tra i 16 e i 18 anni, il 16% dei giovani dichiara di essere stato a casa per un lasso di tempo compreso tra i 50 e i 60 giorni. Tutti gli intervistati hanno inoltre ammesso di aver ridotto la loro vita sociale anche fuori dagli ambiti scolastici.

Sono più i maschi o più le femmine a chiedere ai genitori di rimanere a casa da scuola? «Per la prima volta, assistiamo a un’inversione di tendenza. Se fino a non molto tempo fa erano i ragazzi a farsi firmare le giustificazioni dai genitori – su cui ancora oggi si scrive qualunque cosa pur di proteggere i figli – ora spicca il fatto che in maggioranza siano ragazze, soprattutto tra i 13 e i 15: stanno a casa circa una ventina di giorni per fare attività social», osserva Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.

Viene naturale chiedersi dove siano i genitori, soprattutto quando il numero di assenze inizia a diventare importante e rischia di compromettere l’anno scolastico. «In molti casi, soprattutto in quelli più problematici, i genitori sono del tutto assenti. Non chiedono al figlio se ha bisogno di un aiuto esterno, e non cercano di motivarli a trovare insieme soluzioni», sostiene Giuseppe Lavenia. E per quanto riguarda i casi “meno gravi”? «Finché il figlio va a scuola si pensa che non ci siano problemi. Poi se non ha una vita sociale offline o se non mostra alcun interesse per uno sport o per un hobby poco importa: “tanto, c’è tempo”, molti pensano questo».

E i ragazzi cosa dicono ai genitori quando chiedono loro di rimanere a casa da scuola? «Molte volte non chiedono niente. Rimangono a letto e basta. Non vogliono alzarsi perché sono stati svegli tutta la notte a smanettare sullo smartphone. Oppure manifestano un malessere dovuto dai giorni di insonnia, come mal di testa importanti. Quelli che vanno a scuola, nonostante questi disagi fisici, poi restano a casa, a volte abbandonando persino la scuola, perché si rendono conto di non riuscire a stare attenti e iniziano a sentirsi inadeguati rispetto ai compagni. Così, preferiscono fare i leoni da tastiera. Alcuni, diventano anche aggressivi e minacciano i genitori, che pur di non farli agitare ulteriormente accondiscendono al loro bisogno di non uscire di casa per andare in classe», continua Lavenia.

Che cosa si dovrebbe fare? «Restituire il senso della genitorialità. C’è troppo lassismo, non ci sono più confini e i ragazzi ne hanno disperatamente bisogno. Hanno bisogno di sapere che hanno degli argini: i no possono aiutare a crescere meglio, perché sono una forma di attenzione. Bisogna diventare un esempio per i figli, concedersi momenti di detox condivisi dalle nuove tecnologie, darsi la regola fissa di stare a tavola senza alcun tipo di strumento tecnologico. Bisogna essere consapevoli che il tempo del tutto e subito sta facendo entrare in confusione tutti. Sia gli adulti sia gli adolescenti. In alcuni casi, noi psicoterapeuti esperti in dipendenze tecnologiche, dobbiamo intervenire con delle home visiting. Facciamo degli interventi ad hoc a casa delle famiglie per ristabilire il legame del figlio con la madre e il padre e per recuperare il valore dell’autorità e dell’autorevolezza delle due figure genitoriali», conclude Lavenia.

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