Intervista a Marisa Laurito: “Quel ‘Natale in casa Cupiello’ con Eduardo”

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Agenpress. Te piace ‘o Presepe?” è la domanda che a più riprese ci fanno, ironici, amici e parenti mentre armeggiamo fra pastori, magi e pecorelle. La citazione è talmente d’uso comune che, nel tempo, se n’è dimenticata l’origine. E’ di “Natale in casa Cupiello“, forse la più nota opera di Eduardo De Filippo. La “prima” del capolavoro va in scena il 25 dicembre 1931 al teatro “Kursaal” di Napoli, ma l’edizione più conosciuta è l’adattamento per la Rai tv del 1977. Nel cast c’è anche una giovane Marisa Laurito. Compare nel terzo e ultimo atto nel ruolo di Rita, una delle vicine accorse al capezzale di Luca Cupiello (Eduardo), colpito da un malore la sera della Vigilia dopo aver scoperto la relazione extraconiugale della figlia Ninuccia (Lina Sastri). Uno choc che distrugge l’immagine edulcorata, a tratti ingenua, che egli ha della propria famiglia.

Dall’esordio nel 1969 in “Le bugie hanno le gambe corte“, la Laurito ha lavorato con de Filippo in diversi spettacoli; due su tutti: “De Pretore Vincenzo” e “Gli esami non finiscono mai“. Lunghissima la sua carriera, fra tv, cinema e teatro. Nell’ultimo periodo ha riscoperto la passione per la radio – grazie al fortunato programma di Radio Due “Me anziano Youtuber” – senza dimenticare quella per il palcoscenico. E’, infatti, fra i protagonisti della riedizione di un altro classico della napoletanità: “Così parlò Bellavista” di Luciano de Crescenzo – diretto da Geppy Gleijses e prodotto da Alessandro Siani e Sonia Mormone – che dopo il fortunato debutto al “San Carlo” e al “Diana” di Napoli andrà in scena al “Quirino-Vittorio Gassman” di Roma dal 15 gennaio al 3 febbraio. In Terris l’ha contattata.

Lei arriva giovanissima alla corte di Eduardo…
“Avevo 21 anni, ero appena maggiorenne per la legge di allora, quindi firmai subito il contratto. Fui molto fortunata”.

Entrare a quell’età nella compagnia di un monumento del teatro deve essere un sogno. Che ricordi ha?
“Fare il provino ed essere presa fu un’emozione incredibile. Non volevo fare altro nella vita. Avevo alle spalle diversi spettacoli semiprofessionali e inseguivo De Filippo da tanto tempo. Non mi sembrava vero”.

Teatro, di per sé, fa rima con disciplina ma di Eduardo si dice che fosse un sergente di ferro. Conferma?
“De Filippo era innamorato del suo mestiere, faceva tutto con estrema passione e disciplina e pretendeva lo stesso da chi lavorava con lui. In teatro non si fiatava, non si respirava, non volava neanche una mosca (ride ndr). Si stava in silenzio e anche se si entrava nel terzo atto si stava immobili a guardare tutto lo spettacolo”.

Cosa le ha lasciato questo rigore?
“Ho imparato tutto in quegli anni con lui, osservandolo, ascoltando quello che diceva quando riprendeva gli attori, me compresa. Era molto severo. Io, però, la disciplina ferrea ce l’avevo già avuta in casa, mio padre era altrettanto rigido. Quindi non ne fui spaventata”.

Se le dico “Te piace ‘o presepe” che cosa le viene in mente?
“Natale in casa Cupiello naturalmente. Partecipai all’edizione del ’77 per la televisione a colori, come feci per le altre commedie con Eduardo. Avevo una particina. Ma lui aveva deciso così e non c’era margine di trattativa”.

Insieme a lei anche Luca De Filippo, figlio di Eduardo…
“…che entrò in compagnia nel mio stesso anno, appena finito il servizio militare. Luca non voleva fare l’attore, solo nel tempo ha imparato ad amare questo mestiere e a farlo anche bene”.

C’erano poi, fra gli altri, Pupella Maggio, Lina Sastri, Marzio Honorato, Gino Maringola, Luigi Uzzo… Un cast del genere, con così tanto talento, non rischia di prestare il fianco al protagonismo?
“No, perché con Eduardo non si scherzava. Tutti dovevano svolgere il loro lavoro con il massimo della precisione, della modestia e della serietà. Ed era quello che facevano. Certo non mancavano personaggi un po’ sanfason (alla buona ndr) ma le regole in compagnia erano terribili, ad esempio non potevamo fidanzarci fra noi. Chi trasgrediva rischiava il licenziamento o di essere messo da parte”.

Entriamo nel merito della commedia. Protagonista è Luca Cupiello, un padre che si rifugia nell’ideale del Presepe per non accorgersi di una famiglia dilaniata: la moglie estremamente rigida, il figlio fannullone, la figlia con l’amante, il genero rozzo e insensibile, il fratello parassita. Verrebbe da dire che mancano personaggi positivi…
“Non sono d’accordo, hanno una grande caratterizzazione. Ninuccia, la figlia di Luca, non è cattiva, vive un matrimonio infelice e non potendo separarsi si trova un altro uomo. Concetta, la moglie, è alle prese con un marito bambino, a cui non racconta nulla di quanto sta accadendo per proteggerlo. E’ lo spaccato di una famiglia e, come tutte le opere di De Filippo, ha una morale molto profonda e seria”.

Abbiamo un’immagine edulcorata delle famiglie dei nostri nonni. Eppure Eduardo, nel 1931, ci racconta una realtà completamente diversa…
“Erano nuclei nei quali l’impossibilità di scioglimento del matrimonio era avvertito come un problema serio. Avevano, però, tanti aspetti positivi: il mantenimento delle tradizioni, il valore del sacrificio per tirare avanti. C’erano pro e contro, come nelle famiglie di oggi, nelle quali, all’opposto, si divorzia dopo poco tempo senza aver fatto nemmeno un tentativo per riappacificarsi”.

Lei interpreta Rita, una delle comari che si riuniscono attorno al letto del moribondo Luca per consolare la futura vedova e vengono cacciate per la loro eccessiva chiassosità e invadenza. La solidarietà nel dolore esiste ancora nell’Italia di oggi? 
“L’Italia è ancora piena di volontari che assistono i sofferenti nel momento del bisogno. E’ vero nel nostro Paese non manca chi fa finta di non accorgersi dei problemi. Ma sono convinta che gli italiani siano sempre persone fantastiche”.

In casa Laurito si fa il Presepe?
“Assolutamente sì, anche l’albero”.

Da napoletana, depositaria di una tradizione presepiale secolare, come vive allora le polemiche che ogni anno accompagnano questo rito? Penso alle scuole che non lo fanno per rispetto nei confronti dei fedeli di altre religioni…
“E’ semplicemente ridicolo. Io sono per l’accoglienza, gli italiani sono stati i primi a emigrare quindi non possiamo chiudere le porte, in particolare a chi fugge dalla guerra. Detto questo, chi viene nel nostro Paese deve accettare le nostre regole, come avviene da altre parti. Le tradizioni vanno mantenute, innanzitutto da parte di chi crede. Gli altri devono adeguarsi”.

Abbiamo parlato tanto di Eduardo. Lei, però, sta andando in scena nell’adattamento teatrale nell’opera di un altro mostro sacro della cultura napoletana: “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo…
“Anche se non ho una parte potente sono felice di partecipare a questo spettacolo. Luciano per me è come un padre, abbiamo un rapporto strettissimo. Il testo racconta una Napoli che non c’è più, bellissima, piena di fantasia. De Crescenzo è stato il primo a parlare delle differenze fra nord e sud, con la consueta gentilezza, grazia e ironia. Chi è venuto dopo non sempre ha fatto lo stesso”.

LUCA LA MANTIA

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