Luca Barbareschi (Teatro Eliseo): Calcio e Mafie, non voglio questo, rivoglio il mio Milan di Rivera o il Grande Torino per mio papà

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Agenpress – Con la mia serie tv ho intenzione di emozionare, ma anche di risvegliare la coscienza della gente. Però temo che il mio sia un miraggio, un’utopia. Resta il fatto che lo sappiamo tutti, per esempio, cosa ci sia dietro alla violenza nel calcio, attorno a una partita La complicità tra pezzi di squadre, di società e certe frange dominanti nelle tifoserie. La posizione anche di pezzi delle istituzioni.

E i problemi sociali della vita comune, per migliaia di persone. E la malavita organizzata. Non c’è bisogno di Barbareschi perché lo si dica Ma io lo dico. E se vogliamo che i nostri giovani sognino dietro al calcio come potevo sognare io da ragazzo, tanti anni fa, quando vedevo giocare Rivera e lo amavo ogni settimana di più, ebbene: una presa di coscienza è indispensabile. Un vero esame della coscienza da parte del nostro calcio attuale. In Inghilterra, per esempio, il problema degli hooligans l’hanno risolto. Con leggi severe fatte rispettare.

Come le pene. Invece noi siamo ancora qua. Vi racconto un fatto personale. Tempo fa ero in taxi. In una grande città italiana Si parlava di calcio. E a un certo punto il taxista mi disse: lo vado sempre allo stadio, ma la partita non mi interessa Io vado per menare’: Avrà avuto una cinquantina di anni. Troppe volte lo stadio è diventato il luogo per sfogare gli istinti più bassi. Un luogo di raccolta per spostati mentali. Ma pure un luogo produttore di business enormi. Attira le mafie, crea appetiti economici pazzeschi. Ecco perché dico che a me non interessa Moggi, in sé e per sé: Moggi e il mondo di Moggi. A me interessa capire qualcosa di molto più grande. Il mio pensiero è molto più ampio e complesso.

Per produrre una fiction sul calcio abbiamo condotto un lavoro di ricerca nella realtà. Abbiamo i capelli dritti. Abbiamo scoperto di tutto, dal narcotraffico in giù. Mica solo le sentenze sulle partite truccate! Magari fosse solo quello! O i pagamenti in nero dei giocatori e dei procuratori. O i bilanci falsi di certi club. E il pozzo delle scommesse. O il doping, con i suoi atleti imbottiti come tacchini: e qui il discorso si allarga drammaticamente a tutti gli sport. Io, però, penso anche alla gente accoltellata, riempita di botte, uccisa. Ammazzata per la folle stupidità degli scontri tra tifoserie.

Oppure ammazzata perché aveva debiti con le mafie nazionali e internazionali. O per una guerra interna, per prendere il comando di una curva, di una tifoseria. E io non voglio questo calcio. Io rivoglio il mio Milan di Rivera. O l’Inter di Herrera, per gli interisti. O il Grande Torino, per mio papà. Così Il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma Luca Barbareschi a TUTTOSPORT

 

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