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Omicidio nel bresciano. La violenza domestica che non va in quarantena

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Agenpress. Sul brutale omicidio nel bresciano per cui è indagato un uomo accusato di avere accoltellato a morte la moglie davanti al figlio piccolo, interviene l’avvocato Elisabetta Aldrovandi, presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime e Garante per la tutela delle vittime di reato per la regione Lombardia: “I crimini domestici non vanno in quarantena. Anzi, con l’isolamento forzato dovuto al coronavirus rischiano di aumentare, come testimonia l’incremento esponenziale delle richieste di aiuto ai centri antiviolenza (oltre 74% in più) e la diminuzione di quelle al numero nazionale 1522, determinata dall’isolamento forzato che impedisce privacy e libertà (meno 55%).

Servono pene giuste, e già il fatto che chi commette un omicidio aggravato punito con l’ergastolo non possa accedere al rito abbreviato e quindi a sconti di pena è un piccolo passo avanti. Ma non basta. Serve l’obbligatorietà del lavoro in carcere per risarcire la vittima del proprio reato (o i suoi familiari). Serve una riabilitazione anche psicologica per chi ha una personalità incline a risolvere con la violenza qualsiasi conflitto interpersonale. E serve una tutela per chi subisce questi delitti e per i familiari che restano abbandonati a loro stessi, senza sostegno, né economico, né psicologico.

Per capire quanto il nostro sistema culturale e normativo sia incentrato sul reo dimenticando completamente la vittima”, continua Aldrovandi “basti sapere che la parte offesa di un reato non è parte necessaria del processo penale, ma lo diviene solo se si costituisce parte civile. E vi sono riti alternativi, come il patteggiamento, che addirittura le impediscono di partecipare.

Servono diritti  per le vittime. E la strada per raggiungere questi diritti è una battaglia anzitutto culturale, e di civiltà, da compiere passo dopo passo, perché anche chi subisce un grave delitto possa avere la tutela e la giustizia che merita”.

 

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