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Onu. In Italia l’industria alimentare sfrutta i braccianti, orari lunghi e salari troppo bassi

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Agenpress – Orari “eccessivamente lunghi” e “salari troppo bassi per coprire i bisogni elementari” e migranti senza documenti “lasciati in un limbo, senza poter accedere a lavori regolari”: secondo l’Onu, metà della manodopera agricola italiana è costituita da migranti, per lo più irregolari, la categoria più debole. Manodopera “sfruttata dal sofisticato sistema alimentare dell’Italia”. L’atto d’accusa è contenuto in un comunicato dell’inviata esperta di diritti umani delle Nazioni Unite, Hilal Elver.

Metà circa della manodopera del settore agricolo, scrive nel suo rapporto l’Onu, è costituita da braccianti migranti, che formano uno dei gruppi più vulnerabili e che a lavorare sono fra i 450 mila a mezzo milione. In agricoltura, scrive ancora, lavora “la più elevato quota di lavoratori irregolari in relazione al numero totale di impiegati nel settore”.

“Da nord a sud, centinaia di migliaia di braccianti lavorano la terra o accudiscono il bestiame senza protezioni legale o sociale adeguate”. E sotto ricatto, con la “minaccia costante di perdere il lavoro, di venire rimpatriati con la forza o di diventare oggetto di violenza fisica e morale”.

“Lavoratori stagionali e non stagionali trovano spesso nel sistema del caporalato la sola possibilità di vendere la loro manodopera e di ottenere una paga”.

La legge 199/2016 “non sembra in grado di difendere i diritti umani di tutti i braccianti, in particolare dei migranti senza documenti, che vengono tenuti in condizione di invisibilità e di paura”.

Lo sfruttamento della manodopera, inoltre, “non è l’unico modo in cui l’illegalità invade la filiera alimentare italiana”, scrive Elver, che parla di “prodotti contaminati abbandonati nelle aree rurali, bruciati o versati nei fiumi; di mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi così bassi da metterne in gioco la sopravvivenza; dell’acquisto di terra con soldi denaro frutto di attività illegali; dell’uso frequente di fertilizzanti contraffati o tossici, spesso spruzzati da lavoratori senza conoscenze né misure di sicurezza”.

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