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Sen. Dott. Scilipoti Isgrò: “La politica torni ad essere una scuola di responsabilità”

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Il senatore, al termine della presentazione del suo ultimo libro “Quid est Veritas”, riflette sulla nobiltà della politica, sul ruolo dei partiti e sulla necessità di una classe dirigente preparata, autorevole e capace di confronto


AgenPress. Al termine della conferenza dedicata alla presentazione del suo ultimo libro, Quid est veritas, il senatore Scilipoti Isgrò affronta il tema della nobiltà della politica, del ruolo che i partiti sono chiamati a svolgere nella democrazia contemporanea e della necessità di costruire una nuova classe dirigente, preparata culturalmente e animata da senso delle istituzioni, discernimento e responsabilità.

A porgli le domande è Aurelio Coppeto, direttore responsabile di AgenPress.

Ne emerge una riflessione che intreccia cultura politica, storia, filosofia e ispirazione cristiana. Al centro, l’idea che la politica debba tornare a essere soprattutto servizio alla persona e al bene comune, recuperando autorevolezza nel linguaggio e dignità nel confronto tra posizioni diverse.

Senatore, oggi parlare di “nobiltà della politica” può sembrare quasi anacronistico. Perché ritiene, invece, che sia ancora necessario farlo?

Perché proprio oggi abbiamo bisogno di recuperare il significato più autentico della politica. La nobiltà non ha nulla a che vedere con privilegi, titoli o posizioni di potere. La vera nobiltà della politica consiste nella capacità di mettere se stessi al servizio degli altri. La politica dovrebbe essere una delle forme più alte di responsabilità civile. Aristotele ci ricordava che l’uomo è un essere naturalmente politico, mentre Cicerone vedeva nella res publica una comunità fondata sul diritto e sull’interesse comune. Sono concetti antichi, ma tutt’altro che superati. Il problema, dunque, non è avere meno politica, ma avere una politica migliore, più colta, più responsabile e più umana.

Quale ruolo devono avere oggi i partiti?

I partiti sono indispensabili alla democrazia, ma devono ritrovare la loro funzione autentica. Un partito non può essere soltanto una macchina elettorale, né può ridursi al consenso attorno a una singola personalità. Deve essere una comunità di idee, di valori, di formazione e di partecipazione. Il partito dovrebbe tornare a essere una vera scuola politica: un luogo nel quale si formano le coscienze, si educa alla responsabilità istituzionale, si favorisce il confronto e si prepara una classe dirigente capace di affrontare la complessità del presente. Abbiamo bisogno di partiti che sappiano formare persone prima ancora che candidati.

Che caratteristiche dovrebbe avere questa nuova classe dirigente?

Innanzitutto, la preparazione. Non possiamo pensare di affrontare problemi complessi con risposte semplicistiche. Chi assume responsabilità politiche dovrebbe conoscere la storia, le istituzioni, l’economia, il diritto, la cultura e i grandi cambiamenti sociali del nostro tempo. Ma la preparazione, da sola, non basta. Servono discernimento e sapienza. Il discernimento è la capacità di distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante, ciò che è conveniente da ciò che è giusto, ciò che produce consenso immediato da ciò che costruisce il bene comune nel lungo periodo. La sapienza, invece, è qualcosa di più profondo della semplice conoscenza: è la capacità di utilizzare ciò che si conosce per compiere scelte giuste. E poi serve una qualità che considero particolarmente importante: la proprietà del linguaggio.

Lei insiste molto sulla necessità di un linguaggio politico più elevato. Perché?

Perché il linguaggio non è un ornamento: è lo specchio del pensiero. Una classe dirigente dovrebbe possedere un vocabolario ricco, preciso, anche forbito, ma senza mai trasformarlo in ostentazione culturale. La politica deve saper parlare alla ragione delle persone senza rinunciare alla complessità. Quando impoveriamo il linguaggio, rischiamo di impoverire anche il pensiero. La parola politica dovrebbe essere utilizzata per spiegare, convincere, educare e costruire; non per insultare, umiliare o distruggere. La politica ha bisogno di parole alte, ma comprensibili; ferme, ma rispettose.

Uno dei problemi più evidenti della politica contemporanea è la contrapposizione personale. Come dovrebbe essere considerato l’avversario politico?

Dovremmo recuperare una distinzione fondamentale: l’avversario non è il nemico. Posso essere profondamente distante dalle idee di una persona, posso contestarne duramente le scelte e, tuttavia, riconoscere la sua dignità. La democrazia non elimina il conflitto: lo rende civile. Si può combattere un’idea senza aggredire la persona. Si può dissentire senza insultare. Si può perdere una votazione senza trasformare chi ha votato diversamente in un traditore. E questo vale anche all’interno dei partiti. Un’organizzazione politica che non tollera il dissenso finisce per impoverire se stessa. Il confronto interno, quando è leale e orientato al bene comune, può diventare una straordinaria riserva di intelligenza collettiva.

E qui entra anche il tema dell’ispirazione cristiana?

Certamente, soprattutto quando parliamo di rispetto, servizio e carità. La tradizione cristiana propone una concezione dell’autorità profondamente diversa dalla semplice logica del potere. Nel Vangelo Cristo afferma: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore». È una frase di enorme portata anche politica. Significa che la vera grandezza non consiste nello stare sopra gli altri, ma nel mettersi al servizio degli altri. Per chi vive la politica alla luce della fede cristiana, questo dovrebbe essere un criterio fondamentale: la carica non è un privilegio, è una responsabilità.

Ma la carità cristiana non rischia di rendere la politica troppo debole?

Assolutamente no. La carità non significa debolezza e non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa essere fermi nei principi e miti nei modi. Si può essere inflessibili contro l’ingiustizia senza odiare chi sbaglia. Si può difendere una posizione con grande determinazione senza trasformare l’avversario in un nemico personale. San Paolo ci offre, sotto questo profilo, una lezione straordinaria: la carità non è superbia e non cerca il proprio interesse. È un principio spirituale, certamente, ma contiene anche una straordinaria lezione di civiltà politica.

Nella storia italiana ci sono figure alle quali guarda particolarmente?

Penso certamente a Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Aldo Moro, pur nelle loro profonde differenze. Sturzo ci insegna il valore dell’autonomia della politica e la necessità di liberarla dal trasformismo e dal personalismo. De Gasperi rappresenta una concezione della responsabilità istituzionale nella quale il senso dello Stato viene prima dell’interesse personale. Moro ci consegna, invece, una grande lezione sul valore del dialogo e sulla necessità di costruire ponti in una società pluralista. A questi riferimenti aggiungerei Jacques Maritain, per la centralità che attribuisce alla persona umana nella costruzione della democrazia. Da questi pensatori e uomini politici possiamo ricavare una convinzione: la grande politica non si limita a gestire il presente, ma prepara il futuro.

Qual è, allora, la sua idea di una politica autenticamente cristiana?

Non una politica che utilizzi il cristianesimo come etichetta, ma una politica che sappia tradurre nella vita pubblica alcuni principi fondamentali: la dignità della persona, la solidarietà, la responsabilità, il rispetto dell’altro, la giustizia e il servizio. La politica cristianamente ispirata dovrebbe essere riconoscibile soprattutto dallo stile con cui viene praticata. Non soltanto dalle parole. Meno ricerca del potere e più responsabilità.
Meno personalismo e più comunità. Meno aggressività e più autorevolezza. Meno propaganda e più cultura.
Meno interesse personale e più bene comune.

Qual è, secondo lei, la principale emergenza della politica contemporanea?

Credo che, accanto alle emergenze economiche e sociali, ci sia una vera emergenza culturale della politica. Abbiamo smesso, in parte, di considerare la politica come un luogo di formazione. Dovremmo tornare a educare i giovani alla Costituzione, alla storia, alle istituzioni, alla cultura del confronto e alla responsabilità della parola. Un giovane che entra in un partito dovrebbe trovare una scuola di democrazia, non una competizione per conquistare un posto. Dovrebbe imparare che la politica non è il modo più rapido per diventare qualcuno. È il modo più impegnativo per mettersi a disposizione di una comunità.

Se dovesse rivolgere un appello alla classe politica di oggi, quale sarebbe?

Direi di non avere paura della cultura. Di tornare a studiare. Di leggere. Di confrontarsi con chi la pensa diversamente. Di recuperare un linguaggio capace di dare dignità al dibattito pubblico. E, soprattutto, di ricordare che nessuna carica è eterna e nessun consenso è un patrimonio personale. Il politico dovrebbe chiedersi non soltanto: «Quanti voti posso ottenere?», ma soprattutto: «Quale responsabilità sto assumendo nei confronti delle persone che rappresento?» Questa domanda cambierebbe profondamente il modo di intendere la politica.

In una frase: che cosa significa oggi essere un buon politico?

Significa avere la competenza per comprendere, il discernimento per scegliere, la sapienza per governare, il coraggio per assumersi le responsabilità e l’umiltà per ricordarsi che il potere è soltanto uno strumento di servizio. E, per chi crede, significa anche non dimenticare mai la lezione di Cristo: chi vuole essere grande deve farsi servitore. Perché, alla fine, non saranno le cariche a definire la grandezza di un uomo politico. Saranno le persone che avrà servito, le comunità che avrà contribuito a far crescere e la dignità con cui avrà saputo confrontarsi anche con chi non la pensava come lui. Questa, a mio avviso, è la vera nobiltà della politica.

Ucraina, Putin incontra Witkoff e Kushner al Cremlino: tregua di tre giorni su Kiev

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AgenPress. È in corso al Cremlino l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, arrivati oggi a Mosca nell’ambito di un nuovo tentativo diplomatico per sbloccare i negoziati sulla guerra in Ucraina. Al centro del colloquio ci sono le prospettive di una possibile soluzione del conflitto e le condizioni per arrivare a un’intesa tra Mosca e Kiev.

Putin, aprendo il colloquio, ha sottolineato che la situazione da esaminare «non è semplice». La missione degli emissari americani si inserisce in una fase particolarmente delicata del conflitto, caratterizzata da una nuova intensificazione degli attacchi aerei e, allo stesso tempo, da un rinnovato tentativo degli Stati Uniti di riportare Russia e Ucraina al tavolo delle trattative.

Poco prima dell’incontro, il Cremlino ha annunciato una decisione destinata ad avere un peso anche sul piano diplomatico: Putin ha ordinato alle forze russe di sospendere per tre giorni gli attacchi contro Kiev.

Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, la pausa entrerà in vigore a partire dalla mezzanotte e durerà per 72 ore. La decisione è stata collegata direttamente alla visita degli emissari americani e alla loro successiva missione nella capitale ucraina.

La tregua riguarda gli attacchi sulla capitale e non equivale, almeno per il momento, a un cessate il fuoco generale lungo il fronte. Il conflitto continua infatti nelle altre aree dell’Ucraina, mentre nelle ultime ore sono stati segnalati nuovi attacchi e vittime.

Il viaggio di Witkoff e Kushner prevede anche una tappa in Ucraina. I due rappresentanti dell’amministrazione statunitense dovrebbero recarsi a Kiev dopo gli incontri a Mosca, con l’obiettivo di verificare le possibilità concrete di un accordo per porre fine alla guerra.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato la missione e ha fatto sapere che Kiev intende garantire condizioni di sicurezza per il viaggio degli emissari americani. Anche l’Ucraina ha annunciato una pausa negli attacchi contro obiettivi in territorio russo durante la missione diplomatica.

La coincidenza delle due decisioni rappresenta uno dei segnali diplomatici più significativi delle ultime settimane: per alcuni giorni, almeno, Mosca e Kiev sembrano disposte a ridurre le operazioni aeree sulle rispettive capitali per consentire lo svolgimento dei colloqui.

La missione americana arriva però in un quadro ancora estremamente complesso. Solo nelle ultime ore la guerra ha continuato a provocare vittime e distruzioni. Un attacco russo nella regione di Dnipropetrovsk ha provocato quattro morti e cinque feriti, secondo le autorità locali, mentre a Kiev un drone aveva colpito il quartier generale del Servizio di sicurezza ucraino.

Il contrasto tra l’intensità degli attacchi e l’apertura di un nuovo canale diplomatico fotografa la fase attuale del conflitto: mentre sul terreno proseguono le operazioni militari, Washington tenta di costruire le condizioni per un negoziato.

Secondo quanto riferito da Reuters, gli Stati Uniti hanno presentato una nuova iniziativa di pace, i cui dettagli non sono stati resi pubblici. Restano tuttavia profonde divergenze tra Mosca e Kiev sulle condizioni di un eventuale accordo, a partire dalle questioni territoriali e dall’orientamento strategico dell’Ucraina.

L’incontro al Cremlino tra Putin, Witkoff e Kushner rappresenta dunque un passaggio importante per capire se la nuova iniziativa diplomatica americana possa produrre risultati concreti.

Le prossime ore saranno particolarmente significative: dopo Mosca, gli emissari statunitensi sono attesi a Kiev, dove dovranno confrontarsi con la leadership ucraina. La tregua temporanea su Kiev potrebbe offrire una prima verifica della capacità delle parti di rispettare impegni limitati e creare un clima favorevole al negoziato.

Per ora, però, non c’è un accordo di pace né un cessate il fuoco generale. La diplomazia prova a farsi strada mentre la guerra continua. E l’incontro al Cremlino potrebbe indicare se esista davvero uno spazio per una nuova trattativa o se le distanze tra Mosca e Kiev restino ancora troppo ampie.

Sabalenka si lamenta dell’odore di marijuana durante la sua partita agli US Open

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AgenPress.  Durante l’incontro di venerdì contro Kamilla Rakhimova, la due volte campionessa in carica, Aryna Sabalenka si è lamentata con l’arbitro affermando di sentire odore di marijuana e la cosa la infastidiva.

Sabalenka ha dichiarato di non aver mai sentito un odore così forte come quello percepito durante il servizio all’inizio della partita. “Non so se provenisse dalla folla o dall’esterno, magari spinto dal vento nello stadio”, ha detto Sabalenka. “Non lo so. Spero solo che prestino maggiore attenzione a queste cose.”

Sabalenka era al servizio nel terzo game del match al Louis Armstrong Stadium. Ha lanciato la palla, ma poi l’ha lasciata cadere a terra. Ha fatto la stessa cosa nel punto successivo, come qualcosa che la infastidiva enormemente. 

“Ho pensato: ragazzi, potete fare quello che volete, potete fumare quello che volete, potete rilassarvi quanto volete, ma per favore, non fatelo vicino ai campi da tennis”, ha detto Sabalenka, quando le è stato chiesto a cosa stesse pensando in quel momento. “È un po’ difficile gestire quell’odore mentre cerchi di dare il massimo in gara.”

Nessun tifoso è stato sorpreso a fumare ed è stato allontanato dal campo da tennis. “Pur non potendo controllare ciò che accade al di fuori del complesso dell’USTA Billie Jean King National Tennis Center, continuiamo a vigilare affinché questa struttura rimanga un ambiente privo di fumo”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce della US Tennis Association, Brendan McIntyre. “Ciò include l’intervento del nostro personale di sicurezza e dei servizi per gli ospiti, che, qualora venissero informati della presenza di persone che fumano, ricorda loro che, sebbene sia legale a New York, fumare non è consentito nelle aree pubbliche, incluso i centri tennistici.”

Sabalenka è riuscita infine a sdrammatizzare la situazione durante la conferenza stampa post-partita, ipotizzando che i fan potessero semplicemente essere alla ricerca di nuovi modi per apprezzare ulteriormente i suoi incontri.

La famiglia di Ratko Mladic accusa l’ospedale penitenziario dell’Aia di aver causato la morte dell’ex leader serbo-bosniaco

AgenPress. La famiglia di Ratko Mladic accusa l’ospedale penitenziario dell’Aia di aver causato la morte dell’ex leader serbo-bosniaco con “cure mediche inadeguate e farmaci errati”. Il figlio Darko Mladic ha affermato in una conferenza stampa che il decesso del padre è stato dovuto a negligenza nelle cure e alla somministrazione di farmaci potenti che ne hanno aggravato le condizioni di salute.

“La posizione della famiglia è che il generale sia stato assassinato”, ha sottolineato Darko Mladic.

Durante la conferenza stampa, la famiglia ha confermato che i funerali si svolgeranno lunedì prossimo a mezzogiorno, mentre la mattina dello stesso giorno la salma di Mladic sarà esposta al pubblico presso la Chiesa di San Luca.

Darko Mladic ha invitato coloro che stimavano il generale serbo-bosniaco a partecipare al funerale, ma ha chiesto “di rispettare il momento e che il lutto si svolga con dignità”. La polizia stima che decine di migliaia di cittadini parteciperanno al funerale di Mladic. È prevista anche la presenza dei vertici politici della Republika Srpska e di membri del governo serbo. Aleksandar Vučić ha dichiarato che non potrà partecipare a causa di “impegni di Stato”. L’assistenza fornita dal governo serbo, con la messa a disposizione di un aereo per il trasporto della salma di Mladic, l’organizzazione da parte del Ministero della Difesa di una cerimonia commemorativa presso il circolo ufficiali, e le dichiarazioni che glorificano il criminale di guerra Ratko Mladic stanno suscitando forti reazioni all’estero.

La presidenza irlandese dell’UE ha condannato la posizione della leadership politica serba, mentre la commissaria per l’allargamento, Marta Kos, ha annullato il suo viaggio a Belgrado previsto per la prossima settimana.

“La glorificazione (di Mladic) che segue la sua morte è incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso verso l’UE. Questo percorso richiede di fare i conti con il passato, di una vera riconciliazione e di rispetto per le vittime dei crimini di guerra”, afferma Marta Kos in un post su Platform X.

Aleksandar Vučić ha definito “stupida” la dichiarazione del Commissario, affermando di aver semplicemente fatto il suo dovere “affinché il funerale potesse svolgersi in modo dignitoso”.

Mladic è morto il 27 agosto nell’ospedale penitenziario del tribunale dell’Aia, dove era in cura.

L’8 giugno 2021, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) ha condannato Mladic all’ergastolo.

È stato riconosciuto colpevole di genocidio perpetrato contro circa 8.000 musulmani bosniaci a Srebrenica, area sotto protezione delle Nazioni Unite, nell’estate del 1995, all’inizio dell’offensiva dell’esercito serbo-bosniaco.

È stato inoltre condannato per persecuzione e sfollamento forzato di bosgnacchi e croati in tutta la Bosnia ed Erzegovina, per aver terrorizzato i civili durante l’assedio di Sarajevo e per aver tenuto in ostaggio i caschi blu delle Nazioni Unite durante i bombardamenti della NATO nel 1995.

Trump: “Buone possibilità di raggiungere un accordo tra Russia e Ucraina”

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AgenPress. Gli inviati speciali statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, sono partiti con l’obiettivo di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina, ha annunciato  il presidente degli Stati Uniti.

Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha lasciato intendere che gli Stati Uniti abbiano una proposta specifica per porre fine alla guerra, giunta ormai al quinto anno. Tuttavia, non ha fornito ulteriori dettagli su tale proposta. Non ha nemmeno specificato se i suoi inviati si recheranno in entrambi i Paesi o solo in uno.

“Abbiamo un’idea per la pace”, ha detto Trump. “Ho mandato Steve Witkoff e Jared Kushner, due grandi negoziatori. Hanno fatto un ottimo lavoro e li abbiamo mandati lì per vedere se possono fare qualcosa. Ci sono buone possibilità che ci riescano”, ha aggiunto.

“Grandi cose” anche con la Cina, annuncia Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha anche affermato che offrirà una cena di stato alla Casa Bianca al presidente cinese Xi Jinping, che visiterà Washington il 24 settembre.

Trump ha inoltre annunciato che i lavori per rafforzare la sicurezza dell’aereo presidenziale donato agli Stati Uniti dal Qatar inizieranno a ottobre e richiederanno più tempo del previsto.

A luglio, a causa di una minaccia alla sicurezza, Trump, che si trovava in Turchia, è stato costretto a rientrare con un altro aereo.

“L’aggiornamento richiederà circa 60 giorni e verrà inviato a ottobre per essere perfezionato”, ha dichiarato Trump, che la prossima settimana si recherà in Irlanda. 

Il drone russo nel cuore della sede degli 007 ucraini: il colpo di Mosca alla vigilia della missione di Witkoff e Kushner

AgenPress. Non un bersaglio periferico, non un’infrastruttura qualsiasi. Il 4 settembre un drone russo ha colpito nel cuore di Kiev la sede centrale del Servizio di sicurezza ucraino, la SBU, in via Volodymyrska, proprio di fronte alla cattedrale di Santa Sofia. Ma è soprattutto la natura dell’obiettivo indicato dalle autorità ucraine a rendere l’attacco particolarmente significativo: secondo il presidente Volodymyr Zelensky, il drone era diretto direttamente verso l’ufficio del capo della SBU.

«Il drone era diretto direttamente verso l’ufficio del capo del Servizio di sicurezza», ha dichiarato Zelensky dopo aver parlato con il responsabile ad interim dell’agenzia, Oleksandr Poklad. Secondo fonti ucraine, Poklad non si trovava nell’ufficio al momento dell’impatto.

L’edificio è stato colpito nel pomeriggio, mentre Kiev era nuovamente sotto allarme aereo. Dopo l’esplosione, una colonna di fumo nero si è levata sopra il centro della capitale e sono intervenuti i servizi di emergenza. Il bilancio dei feriti è stato inizialmente indicato in cinque persone, ma le successive comunicazioni hanno portato il numero a una dozzina.

La SBU non è semplicemente uno degli apparati dello Stato ucraino. È il principale servizio di sicurezza interna del Paese e negli anni della guerra è diventato uno degli strumenti centrali della strategia ucraina contro la Russia.

Per questo, colpire la sua sede nel centro di Kiev assume un valore che va oltre il danno materiale. L’attacco dimostra innanzitutto che Mosca è in grado di raggiungere un edificio altamente sensibile nel cuore della capitale. Ma la dichiarazione di Zelensky introduce un elemento ancora più pesante: il punto d’impatto sarebbe stato diretto verso l’ufficio del vertice dell’agenzia.

È questo particolare a trasformare l’episodio da una nuova incursione sulla capitale in un possibile messaggio politico e militare.

Non ci sono, tuttavia, elementi pubblicamente sufficienti per stabilire in modo indipendente se il bersaglio fosse effettivamente un tentativo di eliminare il capo della SBU. Quello che è documentato è che Zelensky ha descritto l’ufficio del vertice come il punto verso cui era indirizzato il drone.

Il momento scelto rende l’episodio ancora più delicato.

L’attacco è arrivato mentre Washington prepara una nuova iniziativa diplomatica sul conflitto. Gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono attesi nei prossimi giorni tra Mosca e Kiev per discutere le prospettive di una possibile soluzione alla guerra. Un funzionario statunitense ha confermato che i due emissari si recheranno nelle due capitali; fonti russe hanno indicato la possibilità di una visita a Mosca già il 5 settembre.

La coincidenza temporale è dunque difficile da ignorare. Da una parte gli Stati Uniti tentano di riaprire uno spazio negoziale; dall’altra, proprio alla vigilia della missione diplomatica americana, un’arma russa penetra nel dispositivo di sicurezza della capitale ucraina e colpisce la sede dell’apparato di intelligence interna.

Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha definito l’attacco una grave escalation, sostenendo che Mosca stia dimostrando di respingere la diplomazia proprio mentre i canali negoziali vengono riattivati.

Senza attribuire a Mosca intenzioni che non siano state pubblicamente dichiarate, l’operazione porta con sé un evidente effetto politico.

La Russia mostra di voler mantenere la pressione militare anche mentre si parla di negoziati. E soprattutto dimostra che la capitale ucraina rimane vulnerabile, nonostante anni di rafforzamento della difesa aerea.

Secondo gli analisti l’attacco rappresenta un ulteriore salto di livello nella campagna russa contro Kiev. La particolarità è anche nell’impiego di droni a propulsione a reazione, più veloci rispetto ai modelli precedentemente utilizzati e quindi più difficili da intercettare.

La scelta della sede della SBU aggiunge quindi una dimensione simbolica a quella militare: il bersaglio non è soltanto una struttura, ma uno dei centri nevralgici dello Stato ucraino in guerra.

Zelensky non ha lasciato l’attacco senza una risposta politica. Dopo aver parlato con Poklad, ha ordinato al vertice della SBU di preparare una reazione «appropriata» e concreta, possibilmente speculare, assicurando che le forze armate ucraine sosterranno l’operazione.

La minaccia di una risposta simmetrica apre così un’altra variabile proprio nel momento in cui Washington cerca di creare le condizioni per nuovi colloqui.

Il rischio è evidente: ogni attacco contro un obiettivo di alto valore può produrre una rappresaglia, che a sua volta alimenta una nuova escalation. E quando questo ciclo si innesta su un fragile tentativo diplomatico, anche un singolo episodio può diventare politicamente molto più grande della sua dimensione militare.

L’attacco arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per l’apparato di sicurezza ucraino. Due giorni prima, a Kiev, si era verificato uno scontro a fuoco tra membri della SBU e dell’intelligence militare, il GUR/HUR. Zelensky aveva definito l’episodio «vergognoso» e ordinato indagini, disponendo anche il licenziamento di due vice responsabili delle rispettive agenzie.

La SBU si trova quindi sotto pressione contemporaneamente dall’esterno e dall’interno: da una parte la guerra con la Russia, dall’altra le tensioni tra gli apparati di sicurezza ucraini.

È in questo quadro che il drone russo contro la sede centrale assume un significato ancora più pesante.

Per Kiev, il punto non è soltanto aver subito un altro attacco aereo. È il fatto che un’arma russa sia arrivata fino al centro dell’apparato di sicurezza dello Stato, colpendo — secondo la versione del presidente — proprio il luogo di lavoro del suo vertice.

Per Mosca, qualunque sia stata l’intenzione operativa precisa, il risultato è un messaggio di potenza: la guerra può arrivare nel cuore istituzionale della capitale ucraina anche mentre la diplomazia torna a muoversi.

Ed è proprio questa sovrapposizione tra guerra e negoziato a rendere l’episodio particolarmente significativo.

Witkoff e Kushner si preparano a muoversi tra Mosca e Kiev per cercare una via d’uscita dal conflitto. Ma mentre gli emissari americani preparano le loro valigie, un drone russo ha già raggiunto uno dei luoghi più sensibili dell’Ucraina.

La diplomazia, ancora una volta, dovrà fare i conti con la guerra.

Meloni: “La stabilità non è un vezzo, ma uno scudo. Chi vuole ostacolarci non ha capito con chi ha a che fare”

La premier celebra il record di longevità del governo alla festa di Fratelli d’Italia: «La stabilità non è un vezzo, ma uno scudo». E avverte gli avversari: «Chi vuole ostacolarci non ha capito con chi ha a che fare»


AgenPress.  Giorgia Meloni rivendica la durata del suo governo, ma soprattutto il consenso che, a suo dire, continua a sostenere l’esecutivo dopo quasi quattro anni di mandato. Dal palco della manifestazione organizzata a Bari da Fratelli d’Italia per celebrare il record di longevità del governo, la presidente del Consiglio ha trasformato il traguardo dei 1.413 giorni in un messaggio politico rivolto tanto alla propria base quanto agli avversari.

«Non dobbiamo essere fieri di governare da 1.413 giorni, ma di avere ancora un consenso più alto di quello che avevamo il primo giorno», ha detto Meloni, ringraziando i militanti e i sostenitori presenti. Il riferimento è alla capacità della maggioranza di mantenere nel tempo il proprio consenso, elemento che la premier presenta come il risultato politico più significativo del record raggiunto dall’esecutivo.

Nel suo intervento, Meloni ha sottolineato il ruolo della partecipazione popolare: «Siete voi insieme ai milioni di italiani ancora al nostro fianco». Una rivendicazione che punta a legare la stabilità istituzionale alla tenuta politica della coalizione di centrodestra.

La premier ha quindi rivolto un messaggio diretto a chi, dentro e fuori dal Parlamento, potrebbe cercare di mettere in difficoltà l’esecutivo: «A chi intende ostacolarci dico: mettetevi comodi, non avete capito con chi avete a che fare».

Il tono è quello di una leader che, nel celebrare un risultato storico per il proprio governo, intende anche rilanciare la sfida politica in vista della parte finale della legislatura.

Uno dei passaggi centrali del discorso è stato dedicato alla stabilità. Meloni ha respinto l’idea che la durata dell’esecutivo sia soltanto una questione numerica o un motivo di orgoglio per la maggioranza.

«La stabilità non è stata un vezzo ma uno scudo», ha affermato, sostenendo che la continuità dell’azione di governo avrebbe consentito di «proteggere questa nazione».

Il tema della stabilità rappresenta uno dei principali argomenti con cui la premier rivendica il bilancio politico del suo esecutivo. Il governo Meloni, entrato in carica nell’ottobre 2022, ha infatti superato il precedente primato di durata di un singolo esecutivo della Repubblica, quello del secondo governo Berlusconi, rimasto in carica 1.412 giorni.

Nel comizio di Bari, Meloni ha collegato la stabilità interna anche alla posizione dell’Italia sul piano internazionale.

«L’Italia ha smesso di essere il caso sorvegliato in Europa», ha sostenuto, ricordando gli anni in cui, secondo la sua ricostruzione, l’instabilità politica italiana alimentava dubbi sulla durata degli esecutivi.

«Ai tavoli internazionali gli interlocutori internazionali dicevano: “Ora questo quanto dura?”», ha raccontato la premier. Un’incertezza che, a suo giudizio, indeboliva la capacità dell’Italia di difendere i propri interessi: «Chi viene trattato così non può trattare, non può far valere il proprio interesse».

Il messaggio è dunque chiaro: per Meloni la continuità del governo non rappresenta soltanto una questione di sopravvivenza politica, ma uno strumento attraverso cui l’Italia può accrescere il proprio peso nelle relazioni internazionali.

Meloni ha infine riconosciuto il ruolo della coalizione, sottolineando che il risultato raggiunto non sarebbe stato possibile senza la «famiglia» del centrodestra e ringraziando Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi per il loro contributo.

La festa di Bari assume così un significato che va oltre la celebrazione del record. Il messaggio della premier è quello di una maggioranza che rivendica la propria capacità di durare, di aver superato le tradizionali fragilità della politica italiana e di voler affrontare la fase conclusiva della legislatura facendo leva proprio sulla continuità dell’azione di governo.

Al centro della narrazione di Meloni resta quindi un binomio: stabilità e consenso. Il primo come strumento per governare e rappresentare l’Italia con maggiore forza, il secondo come prova — secondo la premier — che la lunga permanenza a Palazzo Chigi non avrebbe logorato il rapporto con una parte consistente dell’elettorato.

Ex Ilva, partono le lettere di licenziamento per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto

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AgenPress. È arrivato l’atto che i lavoratori e i sindacati temevano: sono state trasmesse alle organizzazioni sindacali le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che interesserà oltre 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva.

A dare comunicazione dell’avvio della procedura è Aigi, l’Associazione Indotto AdI e General Industries, che ha inviato ai sindacati la documentazione riguardante i dipendenti delle aziende dell’indotto coinvolte.

Una decisione che arriva in un momento di forte tensione sul futuro dello stabilimento e dell’intero sistema produttivo collegato all’acciaieria. Per le imprese dell’indotto, la prospettiva di una drastica riduzione delle attività rende infatti sempre più difficile garantire la continuità occupazionale.

Il presidente di Aigi, Nicola Convertino, ha definito la decisione un «atto estremo e doloroso», sottolineando come le aziende non avrebbero mai voluto arrivare a questo punto.

Nella lettera inviata alle organizzazioni sindacali, Convertino parla di un «atto dovuto e inevitabile», indicando come causa diretta l’«improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre».

È proprio l’anticipo della chiusura dell’area a caldo a rappresentare, secondo l’associazione delle imprese dell’indotto, il punto di svolta che ha reso insostenibile la situazione per numerose aziende. La riduzione delle attività dello stabilimento avrebbe infatti conseguenze immediate non soltanto sui dipendenti diretti, ma sull’intera filiera di imprese che garantisce servizi, manutenzioni e lavorazioni collegate alla produzione siderurgica.

Il numero dei lavoratori coinvolti, superiore alle 2.500 unità, restituisce la dimensione della crisi occupazionale che rischia di abbattersi sul territorio. Si tratta di migliaia di famiglie che vedono diventare concreto il rischio di perdere il proprio posto di lavoro, in una vicenda che da anni rappresenta uno dei principali nodi industriali e occupazionali del Mezzogiorno.

L’invio delle lettere apre ora una nuova fase del confronto con i sindacati. La procedura di licenziamento collettivo dovrà essere affrontata nelle sedi previste dalla normativa, mentre le organizzazioni dei lavoratori saranno chiamate a valutare le possibili soluzioni per limitare l’impatto occupazionale.

Sul tavolo resta soprattutto la necessità di individuare strumenti in grado di garantire la continuità delle attività e di evitare che la crisi dell’ex Ilva si trasformi in una crisi senza precedenti per l’intero indotto.

L’allarme lanciato da Aigi riporta dunque al centro della discussione il futuro dello stabilimento e, soprattutto, quello delle migliaia di lavoratori che dipendono direttamente e indirettamente dalle sue attività. La partita non riguarda più soltanto il destino dell’acciaieria, ma l’intero tessuto industriale costruito intorno ad essa.

Governo, Billi (Lega): “Durata, stabilità e credibilità. Ora avanti con meno tasse e più benessere”

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AgenPress. “Oggi festeggiamo il Governo più lungo della storia della Repubblica italiana. La durata del Governo di Centrodestra è un segno di grande qualità politica: ha dato forza e stabilità all’Italia, fiducia ai mercati e credibilità internazionale.

Dopo dieci anni di governi di sinistra, nessuno poteva avere la bacchetta magica e non era possibile sistemare tutto in pochi anni. Per questo il primo obiettivo doveva essere stabilizzare la posizione macroeconomica del Paese, rafforzarne la credibilità e creare basi solide per la crescita.

Parallelamente abbiamo iniziato a sostenere concretamente il portafoglio degli italiani, ampliando la flat tax e riducendo il cuneo fiscale.

Il prossimo Governo di Centrodestra, che vincerà le elezioni, proseguirà con ancora più forza su questa strada: meno tasse, più ricchezza, più stabilità e più benessere per ogni italiano. Prima abbiamo rafforzato le fondamenta del Paese; ora dobbiamo trasformare questa stabilità in maggiore prosperità per famiglie e imprese.” – lo afferma l’On.Simone Billi, capogruppo della Lega in Commissione Esteri.

Governo, Schillaci: “Stabilità valore per l’Italia, Meloni guida autorevole. In Sanità risultati importanti, lavoro va avanti”

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AgenPress. “Il governo guidato da Giorgia Meloni diventa oggi il più longevo nella storia della Repubblica. Una stabilità che non rappresenta soltanto un traguardo per questo esecutivo, ma un valore per l’intera Nazione”. Così il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.

“Ringrazio il Presidente Meloni che ha saputo guidare la squadra di governo con determinazione, responsabilità e capacità di tenere ferma la rotta anche nei momenti più difficili. Abbiamo potuto lavorare con continuità e realizzare interventi importanti – prosegue il Ministro -. In ambito sanitario abbiamo aumentato progressivamente le risorse, portando il Fondo nazionale dai circa 126 miliardi del 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026”.

“Siamo intervenuti sulle liste d’attesa con una legge che per la prima volta ha introdotto un sistema di monitoraggio delle prestazioni che garantisce trasparenza e la possibilità di intervenire dove i tempi non vengono rispettati. Abbiamo previsto assunzioni e rinnovi contrattuali per il personale e lavorato a una sanità più moderna e più vicina ai cittadini: penso alle 3.170 nuove apparecchiature portate negli ospedali e agli oltre 1,5 milioni di over 65 assistiti a casa”, aggiunge Schillaci.

“Le oltre mille Case della Comunità aperte sono il frutto di un lavoro costante e determinato che porteremo avanti, continuando a finanziare la sanità territoriale anche nella prossima legge di bilancio. Abbiamo approvato il Piano sulla salute mentale che non c’era da tredici anni, mettendo al centro il benessere dei cittadini, soprattutto dei più giovani. Presenteremo a breve il Piano sanitario nazionale, che è pronto e mancava da vent’anni. Molto è stato fatto – chiude Schillaci -. Sappiamo che c’è ancora da fare, ma continueremo a lavorare con serietà e determinazione fino all’ultimo giorno, per rafforzare il Servizio sanitario nazionale, portare avanti le riforme avviate e dare risposte sempre più efficaci ai cittadini”.