Il senatore, al termine della presentazione del suo ultimo libro “Quid est Veritas”, riflette sulla nobiltà della politica, sul ruolo dei partiti e sulla necessità di una classe dirigente preparata, autorevole e capace di confronto
AgenPress. Al termine della conferenza dedicata alla presentazione del suo ultimo libro, Quid est veritas, il senatore Scilipoti Isgrò affronta il tema della nobiltà della politica, del ruolo che i partiti sono chiamati a svolgere nella democrazia contemporanea e della necessità di costruire una nuova classe dirigente, preparata culturalmente e animata da senso delle istituzioni, discernimento e responsabilità.


A porgli le domande è Aurelio Coppeto, direttore responsabile di AgenPress.
Ne emerge una riflessione che intreccia cultura politica, storia, filosofia e ispirazione cristiana. Al centro, l’idea che la politica debba tornare a essere soprattutto servizio alla persona e al bene comune, recuperando autorevolezza nel linguaggio e dignità nel confronto tra posizioni diverse.
Senatore, oggi parlare di “nobiltà della politica” può sembrare quasi anacronistico. Perché ritiene, invece, che sia ancora necessario farlo?
Perché proprio oggi abbiamo bisogno di recuperare il significato più autentico della politica. La nobiltà non ha nulla a che vedere con privilegi, titoli o posizioni di potere. La vera nobiltà della politica consiste nella capacità di mettere se stessi al servizio degli altri. La politica dovrebbe essere una delle forme più alte di responsabilità civile. Aristotele ci ricordava che l’uomo è un essere naturalmente politico, mentre Cicerone vedeva nella res publica una comunità fondata sul diritto e sull’interesse comune. Sono concetti antichi, ma tutt’altro che superati. Il problema, dunque, non è avere meno politica, ma avere una politica migliore, più colta, più responsabile e più umana.
Quale ruolo devono avere oggi i partiti?
I partiti sono indispensabili alla democrazia, ma devono ritrovare la loro funzione autentica. Un partito non può essere soltanto una macchina elettorale, né può ridursi al consenso attorno a una singola personalità. Deve essere una comunità di idee, di valori, di formazione e di partecipazione. Il partito dovrebbe tornare a essere una vera scuola politica: un luogo nel quale si formano le coscienze, si educa alla responsabilità istituzionale, si favorisce il confronto e si prepara una classe dirigente capace di affrontare la complessità del presente. Abbiamo bisogno di partiti che sappiano formare persone prima ancora che candidati.
Che caratteristiche dovrebbe avere questa nuova classe dirigente?
Innanzitutto, la preparazione. Non possiamo pensare di affrontare problemi complessi con risposte semplicistiche. Chi assume responsabilità politiche dovrebbe conoscere la storia, le istituzioni, l’economia, il diritto, la cultura e i grandi cambiamenti sociali del nostro tempo. Ma la preparazione, da sola, non basta. Servono discernimento e sapienza. Il discernimento è la capacità di distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante, ciò che è conveniente da ciò che è giusto, ciò che produce consenso immediato da ciò che costruisce il bene comune nel lungo periodo. La sapienza, invece, è qualcosa di più profondo della semplice conoscenza: è la capacità di utilizzare ciò che si conosce per compiere scelte giuste. E poi serve una qualità che considero particolarmente importante: la proprietà del linguaggio.
Lei insiste molto sulla necessità di un linguaggio politico più elevato. Perché?
Perché il linguaggio non è un ornamento: è lo specchio del pensiero. Una classe dirigente dovrebbe possedere un vocabolario ricco, preciso, anche forbito, ma senza mai trasformarlo in ostentazione culturale. La politica deve saper parlare alla ragione delle persone senza rinunciare alla complessità. Quando impoveriamo il linguaggio, rischiamo di impoverire anche il pensiero. La parola politica dovrebbe essere utilizzata per spiegare, convincere, educare e costruire; non per insultare, umiliare o distruggere. La politica ha bisogno di parole alte, ma comprensibili; ferme, ma rispettose.
Uno dei problemi più evidenti della politica contemporanea è la contrapposizione personale. Come dovrebbe essere considerato l’avversario politico?
Dovremmo recuperare una distinzione fondamentale: l’avversario non è il nemico. Posso essere profondamente distante dalle idee di una persona, posso contestarne duramente le scelte e, tuttavia, riconoscere la sua dignità. La democrazia non elimina il conflitto: lo rende civile. Si può combattere un’idea senza aggredire la persona. Si può dissentire senza insultare. Si può perdere una votazione senza trasformare chi ha votato diversamente in un traditore. E questo vale anche all’interno dei partiti. Un’organizzazione politica che non tollera il dissenso finisce per impoverire se stessa. Il confronto interno, quando è leale e orientato al bene comune, può diventare una straordinaria riserva di intelligenza collettiva.
E qui entra anche il tema dell’ispirazione cristiana?
Certamente, soprattutto quando parliamo di rispetto, servizio e carità. La tradizione cristiana propone una concezione dell’autorità profondamente diversa dalla semplice logica del potere. Nel Vangelo Cristo afferma: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore». È una frase di enorme portata anche politica. Significa che la vera grandezza non consiste nello stare sopra gli altri, ma nel mettersi al servizio degli altri. Per chi vive la politica alla luce della fede cristiana, questo dovrebbe essere un criterio fondamentale: la carica non è un privilegio, è una responsabilità.
Ma la carità cristiana non rischia di rendere la politica troppo debole?
Assolutamente no. La carità non significa debolezza e non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa essere fermi nei principi e miti nei modi. Si può essere inflessibili contro l’ingiustizia senza odiare chi sbaglia. Si può difendere una posizione con grande determinazione senza trasformare l’avversario in un nemico personale. San Paolo ci offre, sotto questo profilo, una lezione straordinaria: la carità non è superbia e non cerca il proprio interesse. È un principio spirituale, certamente, ma contiene anche una straordinaria lezione di civiltà politica.
Nella storia italiana ci sono figure alle quali guarda particolarmente?
Penso certamente a Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Aldo Moro, pur nelle loro profonde differenze. Sturzo ci insegna il valore dell’autonomia della politica e la necessità di liberarla dal trasformismo e dal personalismo. De Gasperi rappresenta una concezione della responsabilità istituzionale nella quale il senso dello Stato viene prima dell’interesse personale. Moro ci consegna, invece, una grande lezione sul valore del dialogo e sulla necessità di costruire ponti in una società pluralista. A questi riferimenti aggiungerei Jacques Maritain, per la centralità che attribuisce alla persona umana nella costruzione della democrazia. Da questi pensatori e uomini politici possiamo ricavare una convinzione: la grande politica non si limita a gestire il presente, ma prepara il futuro.
Qual è, allora, la sua idea di una politica autenticamente cristiana?
Non una politica che utilizzi il cristianesimo come etichetta, ma una politica che sappia tradurre nella vita pubblica alcuni principi fondamentali: la dignità della persona, la solidarietà, la responsabilità, il rispetto dell’altro, la giustizia e il servizio. La politica cristianamente ispirata dovrebbe essere riconoscibile soprattutto dallo stile con cui viene praticata. Non soltanto dalle parole. Meno ricerca del potere e più responsabilità.
Meno personalismo e più comunità. Meno aggressività e più autorevolezza. Meno propaganda e più cultura.
Meno interesse personale e più bene comune.
Qual è, secondo lei, la principale emergenza della politica contemporanea?
Credo che, accanto alle emergenze economiche e sociali, ci sia una vera emergenza culturale della politica. Abbiamo smesso, in parte, di considerare la politica come un luogo di formazione. Dovremmo tornare a educare i giovani alla Costituzione, alla storia, alle istituzioni, alla cultura del confronto e alla responsabilità della parola. Un giovane che entra in un partito dovrebbe trovare una scuola di democrazia, non una competizione per conquistare un posto. Dovrebbe imparare che la politica non è il modo più rapido per diventare qualcuno. È il modo più impegnativo per mettersi a disposizione di una comunità.
Se dovesse rivolgere un appello alla classe politica di oggi, quale sarebbe?
Direi di non avere paura della cultura. Di tornare a studiare. Di leggere. Di confrontarsi con chi la pensa diversamente. Di recuperare un linguaggio capace di dare dignità al dibattito pubblico. E, soprattutto, di ricordare che nessuna carica è eterna e nessun consenso è un patrimonio personale. Il politico dovrebbe chiedersi non soltanto: «Quanti voti posso ottenere?», ma soprattutto: «Quale responsabilità sto assumendo nei confronti delle persone che rappresento?» Questa domanda cambierebbe profondamente il modo di intendere la politica.
In una frase: che cosa significa oggi essere un buon politico?
Significa avere la competenza per comprendere, il discernimento per scegliere, la sapienza per governare, il coraggio per assumersi le responsabilità e l’umiltà per ricordarsi che il potere è soltanto uno strumento di servizio. E, per chi crede, significa anche non dimenticare mai la lezione di Cristo: chi vuole essere grande deve farsi servitore. Perché, alla fine, non saranno le cariche a definire la grandezza di un uomo politico. Saranno le persone che avrà servito, le comunità che avrà contribuito a far crescere e la dignità con cui avrà saputo confrontarsi anche con chi non la pensava come lui. Questa, a mio avviso, è la vera nobiltà della politica.