Una Pasqua ferita. Riflessione di Mons. Lino D’Onofrio

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AgenPress – Come citare la Pasqua quando il cuore sanguina, le labbra tremano, la violenza incombe? Come citare la Pasqua mentre le mani sono insanguinate e la violenza ha preso il sopravvento, come gridare l’evento della pietra levata dal sepolcro mentre il buio abita la nostra anima e ancora spietatamente prosegue la guerra tra quelli che dicono di credere nel Vincitore della morte, il Cristo risorto, invece che amarsi come fratelli? Vale la pena credere ancora? Dove vanno le preghiere, dove i gemiti e le invocazioni? Non riescono a varcare i cieli, un dio dormiente il nostro dio? Un estraneo alla vita degli uomini? In questo ininterrotto venerdì santo sembra quasi impossibile vedere le luci dell’alba e dell’aurora.
Eppure in questo assurdo scenario alla comunità cristiana è chiesto di proclamare la pasqua del Redentore, come entrare in quel mistero, quale la porta di accesso da aprire, oltre quale masso andare? Guardando la gloria in questo momento di tenebra resta una sola attrazione, il rosso delle ferite. Lì riconosco il mio tempo, in quel colore rivedo gli scenari di questa vita, l’unico accesso alla pasqua sono le ferite delle mani, del costato, dei piedi del Risorto.
Sono rimaste lì quelle impronte della violenza, ancora vive, sul corpo nuovo della resurrezione, memoria di una carne e di una storia attraverso cui il Cristo ha deciso di passare, senza scegliere scorciatoie di miracoli o di straordinari eventi perché la vita di ciascuno di noi, con tutta la sua drammaticità potesse sentirsi accolta in quella vittoria sulla morte.
Ha lasciato vivi quei segni perché già da quella prima Pasqua in qualche parte del mondo una lotta fratricida era in atto, una violenza era perpetrata, una solitudine sperimentata, un tradimento era vissuto. Già da quella pasqua lui si faceva vicino agli uomini stabilendo l’alleanza nuova, quella della paziente attesa di Dio che continua a farsi compagnia della sofferenza, possibilità per la conversione, attesa dei lontani e conforto dei vicini.

Fin da quella prima Pasqua l’uomo ha provato la difficoltà a dover annunciare questo mistero paziente di vita nuova, con una sola possibilità, quella di incontrare il Risorto e, vedendo quelle piaghe, non vergognarsi di mostrare le proprie e condividendole coi fratelli avere il coraggio di annunciare la compagnia di cuori feriti, ma solidali, di sguardi attenti a scorgere anche solo un bagliore di luce, di mani pronte a stringere altre vite perché nessuno sia solo.
La Pasqua arriva e potremo celebrarla non solo tra il profumo degli incensi e la luce dei ceri, ma anche nei luoghi della morte e nell’oscurità dei rifugi perché il masso del sepolcro sarà spostato non solo dalle mani del Padre che libera il Figlio, ma anche da quelle di donne e uomini che amano gli altri come sorelle e fratelli.
Auguri dunque per questa Pasqua, ancora da celebrare e da vivere con la nostra stessa vita e attraverso le nostre stesse scelte, il Risorto ci accompagni.
Mons. Lino D’Onofrio
Docente ISSR Duns Scoto, Nola-Acerra

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