AgenPress. La guerra in Medio Oriente, iniziata a fine febbraio, sembra lontana e invece minaccia ricadute importanti anche a casa nostra. L’allarme riguarda la continuità delle forniture di farmaci e dispositivi medici, che nelle prossime settimane potrebbero cominciare a scarseggiare.
A lanciarlo sono Egualia, che rappresenta l’industria dei farmaci generici equivalenti e dei biosimilari, i farmacisti e il professor Foad Aodi, scienziato, presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia e componente del «Registro esperti» della Fnomceo (la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici), che avverte: «Il conflitto ha generato una crisi farmaceutica che rischia di trasformarsi da problema di approvvigionamento a vera emergenza strutturale. Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, oggi instabile e militarizzato, attraverso il quale transitano il 20% del petrolio mondiale e una quota decisiva delle materie prime necessarie alla produzione di farmaci essenziali».
A rischio paracetamolo, antibiotici, antidiabetici come la metformina, farmaci oncologici e biologici, la cui filiera parte dai derivati petrolchimici. «Il blocco delle rotte ha già prodotto un aumento dei costi delle materie prime, di cui l’Italia deve rifornirsi all’estero, fino al +30% — sottolinea Aodi —. I costi di trasporto sono cresciuti fino al +72% e quelli assicurativi fino al +300%. Le scorte di farmaci disponibili sono stimate tra 8 e 12 settimane, ma il margine si sta assottigliando rapidamente. Se il conflitto continuerà, il problema non sarà più distribuire i farmaci ma produrli, con effetti diretti su ospedali, cure croniche ed emergenze».
«In effetti è un problema già vissuto con la guerra in Ucraina, che ha contribuito alla carenza di oltre 3000 farmaci rilevata in Italia tra il 2022 e il 2023 e legata anche alla pandemia da Covid-19 — riflette Andrea Bellon, presidente di Federfarma Veneto —. Ricordo la mancanza di alluminio per i blister delle pillole, della plastica necessaria al packaging dei medicinali, del vetro farmaceutico utilizzato per prodotti in fiale o flaconi, ma anche di antinfiammatori come il Brufen, antibiotici e prodotti per aerosol. Ora possiamo contattare le aziende produttrici di medicinali da banco e assicurarci nuove scorte per qualche mese — aggiunge Bellon —. Ma i farmaci con obbligo di ricetta, come quelli oncologici comprati dalle Usl e distribuiti anche dalle farmacie ai pazienti indicati, se sono molto costosi non hanno un’ampia copertura. Se ne può avere una scorta di un mese al massimo, quindi in tempi brevi potrebbero non arrivare più».
L’altro rischio, sottolinea sempre il presidente di Federfarma, è che con l’aumento esagerato dei costi di materie prime e trasporti possa diventare antieconomica per le aziende farmaceutiche la produzione di referenze a prezzi concordati con Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco), e quindi per loro poco remunerativi, come alcuni antidiabetici. Secondo Egualia «il fattore tempo è determinante, se il conflitto dovesse prolungarsi per più settimane le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare». Insomma l’auspicio è che i governi coinvolti trovino al più presto una soluzione per riaprire il passaggio delle merci nello stretto di Hormuz.
A tale proposito la senatrice vicentina Daniela Sbrollini (Italia Viva) ha presentato un’interrogazione al ministro della Salute, Orazio Schillaci, per chiedere un piano di emergenza. «La guerra in Iran, con il conseguente blocco del traffico nello stretto di Hormuz, mette a rischio anche la filiera di medicinali fondamentali come antipiretici, antibiotici, antidiabetici e farmaci oncologici. Molti principi attivi vengono infatti prodotti attraverso l’uso di idrocarburi, così come alcuni confezionamenti. L’industria ha scorte sufficienti per alcuni mesi, ma se la guerra dovesse prolungarsi ancora potrebbe aggravarsi la carenza di farmaci già in atto». Sbrollini solleva poi un altro nodo: «Sono a rischio anche le forniture di elio, fondamentale per il funzionamento delle Risonanze magnetiche. L’eventuale mancanza comprometterebbe l’operatività degli ospedali e rallenterebbe le diagnosi a milioni di persone».
