Intervista al Presidente Stefano De Luca del Partito Liberale Italiano

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AgenPress. Oggi incontriamo il presidente del Partito Liberale Italiano Avvocato Stefano de Luca. Lo facciamo spinti da una sempre più frequente presenza sui social del simbolo del PLI. Impossibile infatti non notare l’intensa attività soprattutto in Lombardia.

Presidente, come ci si sente ad essere “al timone” dell’unico partito italiano che non ha mai cambiato nome oramai prossimo a celebrare il centenario dalla sua nascita ?

Tra poco meno di due anni ricorre il centenario dalla fondazione del Partito Liberale Italiano, che, erede dell’Unione Liberale di Camillo Benso di Cavour, (conosciuta come Destra Storica) avvenne l’otto ottobre 1922 a Bologna per iniziativa di Emilio Borzino, elesse primo segretario Alberto Giovannini e fu messo fuori legge dal Fascismo nel 1925. Ci piacerebbe celebrare questa ricorrenza con la dovuta solennità la importante ricorrenza, con un significativo risultato elettorale.

Non sono al timone del Partito, che ho lasciato dal 2013 e che , secondo il nostro statuto, compete alla Segreteria, ma, quale Presidente, cerco di rappresentarne la memoria storica e di garantirne la continuità morale e l’unità politica, cercando, insieme ad un pugno di valorosi amici, di superare le grandi difficoltà di mancanza di mezzi, di attenzione mediatica da parte dei maggiori organi di stampa, nonchè alla “invasione dei barbari pentastellati”, che inquina gravemente il clima politico del Paese.

Negli ultimi mesi il simbolo del PLI è sempre più diffuso sui social, nuove sezioni, nuovi responsabili, nuova attenzione all’attualità e ai problemi dell’Italia, ma quel che traspare è sopratutto nuovo entusiasmo. Crede che le limitazioni alla libertà individuale e di impresa legate alla pandemia abbiano fatto capire quanto la libertà personale e di impresa, da sempre battaglie liberali, siano importanti ?

La libertà è come l’aria che respiriamo, di cui ci accorgiamo quando comincia a mancare. L’attenzione verso le idee liberali cresce indubbiamente quando il clima generale tende a soffocarla, sia in campo politico, che riguardo al movimento delle persone, allo  sviluppo delle imprese, alla valorizzazione del merito ed alla promozione della concorrenza.

Quello che più influisce oggi sulla ricerca  di spazi di libertà, a mio avviso, è una forma di istintivo rigetto nei confronti di una politica, ed in particolare di quella del Governo, (ma non solo) che maneggiano con disinvoltura proprio il bene delicato della libertà e la comprimono, sovente con provvedimenti di un dilettantismo analfabeta, che fa percepire agli spiriti liberi di essere nelle mani di nessuno.

Il populismo dilagante ha indotto alla distribuzione a pioggia di enormi risorse a debito, sovente sprecandole ed a gonfiare a dismisura l’intervento dello Stato a sostegno di aziende decotte o cronicamente in perdita per la pessima gestione politicizzata delle medesime.

Ogni giorno in Italia qualche leader di partito si definisce liberale ma in realtà poi è pronto a strizzare l’occhio a movimenti ed alleanze a indirizzo socialista alla maniera dei “liberal”. In estrema sintesi quali sono le differenze tra i “liberal” e il PLI ?

“Liberale” in genere non viene inteso come sostantivo, con le implicazioni culturali connesse alla lunga storia di tre secoli di pensiero, dall’illuminismo fino ai nostri giorni, ma come un aggettivo, adattabile a qualsiasi atteggiamento. Quindi talvolta liberale, diventa solo generoso, altre tollerante, altre ancora si identifica persino con libertino. “Liberal” è una parola inglese che nella nostra lingua si traduce con “progressista”.
In realtà il termine “liberale”  deriva (così l’intendiamo noi del Partito liberale) dallo spagnolo ed è nato in contrapposizione a “servil”. Storie diverse, anzi in gran parte diametralmente opposte.

Il PLI con i migliori risultati elettorali che si ricordi è quella dell’era di Giovanni Malagodi che con la sua esemplare opposizione ai Governi che vollero la disastrosa istituzione delle Regioni, imposero lo Statuto dei lavoratori e gonfiarono a dismisura la presenza pubblica nell’economia, avviando la politica della spesa scriteriata fondata sul debito pubblico sembra aver previsto tutto quello che sarebbe accaduto in Italia. Oggi, pare non esserci futuro in Italia per i cosiddetti “partiti minori” al di fuori del bipolarismo. Quale pensa sarà il futuro del PLI ?

In Italia aver ragione sembra una colpa, anzi sovente una dannazione. Malagodi aveva ragione. Per questo è condannato alla “damnatio memoriae”. Non dimentichiamo che il nostro Paese ha avuto per un cinquantennio il più forte partito comunista dell’Occidente, il quale  ha monopolizzato il mondo della scuola, della cultura, dell’arte, fino a teorizzare una sorta di superiorità genetica. Il PCI ha avuto un enorme potere di interdizione, persino  di vero e proprio dominio mediatico e politico, anche a causa dell’incontro, prima sottobanco, poi sempre più esplicitamente, con i convergenti orientamenti del mondo cattolico.

L’unico reale avversario è stato il liberalismo, rappresentato dal Partito Liberale Italiano, anche con la modesta percentuale elettorale che aveva in quel periodo. Lo stesso PRI, che teoricamente muoveva dal medesimo assunto ideale, si rese mediatore e prosseneta del Compromesso storico.

Poi vennero le invasioni barbariche e la Prima repubblica fu affondata, con essa il PLI, che ne rappresentava gli autentici valori, elevati al rango costituzionale, di Democrazia Liberale.

All’orizzonte non sembrano esserci elezioni politiche ma le amministrative sono sempre più vicine. Torneremo a vedere il simbolo del PLI sui manifesti e sulle schede elettorali ?

Da un quarto di secolo la presenza liberale nelle Istituzioni è stata cancellata, anche, ma non solo, grazie a sistemi elettorali, che tendono a spazzar via le minoranze, anche quando, come quella liberale, rappresentano una importante tradizione valoriale, che  culturalmente è l’altra faccia della luna e, come tale, dovrebbe essere essenziale per garantire le condizioni minimali di libertà ed evitare di scivolare nel dispotismo.

Certo saremo presenti nelle schede elettorali, partendo dai prossimi appuntamenti amministrativi, che saranno molto importanti per cogliere il diffuso malessere, destinato ad aumentare quando la fase delle grandi elemosine sarà inevitabilmente terminata e dovremo fare i conti con una realtà politica e sociale drammatica.

Uscendo dalla emergenza della pandemia, il mondo potrebbe conoscere una fase di rinnovato sviluppo e di voglia di rinascere, ma questo non può avvenire se non vi saranno le condizioni per una crescita grandiosa delle nostre economie e del nostro sapere. Formazione, concorrenza  e mercato saranno le parole del futuro, che non possiamo  non  essere declinate in lingua liberalese.