Italiani tra i cecchini a pagamento durante l’assedio di Sarajevo

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AgenPress. Durante il lungo assedio di Sarajevo (1992-1996), uno degli episodi più drammatici della guerra in Bosnia ed Erzegovina, emerse un fenomeno tanto poco documentato quanto inquietante: la presenza di cecchini stranieri a pagamento, arruolati da diverse fazioni per colpire civili e militari. Tra questi, secondo varie testimonianze raccolte negli anni successivi, vi sarebbero stati anche miliziani e tiratori scelti provenienti dall’Italia.

Sarajevo, capitale multiculturale della Bosnia, venne circondata dalle forze serbo-bosniache per quasi quattro anni. La città fu sottoposta a bombardamenti continui, tagli di elettricità, scarsità di acqua e viveri. Ma ciò che colpì l’opinione pubblica mondiale fu soprattutto la presenza di cecchini sulle colline, che sparavano deliberatamente su: passanti, autobus, persone in fila per il pane, bambini che correvano tra gli edifici.

Secondo inchieste giornalistiche, archivi militari e testimonianze dirette, alcune delle milizie impegnate nel conflitto non si affidarono solo a soldati locali. Diversi gruppi paramilitari — in particolare serbo-bosniaci e, in misura minore, croati — reclutarono mercenari stranieri attratti da: compensi economici elevati, ideologie nazionaliste o estremiste, la possibilità di “mettersi alla prova” in una guerra urbana.

Tra questi mercenari figuravano anche individui italiani, spesso legati a:ambienti dell’estrema destra neofascista, ex militari con addestramento specifico sulle armi di precisione, figure criminali violente già note alle forze dell’ordine.

Negli anni ’90 in Italia erano attivi diversi gruppi radicali che guardavano con simpatia a Slobodan Milošević e al nazionalismo serbo, considerandolo una forma di difesa dell'”identità europea”. Questo ha favorito: viaggi organizzati, reti di contatto clandestine,
e arruolamenti non ufficiali.

Alcuni testimoni bosniaci riferirono di “italiani” (probabilmente friulani o triestini, zone con storica vicinanza ai Balcani) presenti al fronte come tiratori.

Malgrado le testimonianze e alcuni articoli comparsi nel corso degli anni, pochissimi di questi individui vennero identificati e perseguiti: i mercenari operavano senza divise e senza registrazione, attraversavano i confini come “volontari”, i governi occidentali, impegnati nei negoziati di pace, non hanno approfondito tali indagini.

La documentazione rimane frammentaria e spesso basata su testimonianze orali, rapporti ONU e ONG locali.

La presenza di “cecchini italiani a pagamento” a Sarajevo rappresenta oggi una pagina rimossa della storia recente italiana: una vicenda che tocca corde delicate come: coinvolgimento indiretto in crimini di guerra, responsabilità morale e politica,
il ruolo dell’estremismo violento nelle dinamiche internazionali.

Ricercatori storici e associazioni per i diritti umani continuano a chiedere: l’apertura di archivi, la raccolta di testimonianze, e l’avvio di indagini ufficiali.

 

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