AgenPress. “La Lettera ai Romani ci ricorda che la vera vita comincia dopo. Senza questa verità, anche la politica e la scienza perdono l’anima“.
Senatore, perché ha scelto di riflettere proprio sulla Lettera ai Romani e, in particolare, sulla sua prima parte?
Perché la Lettera ai Romani rappresenta il cuore teologico del Vangelo. Paolo non scrive ai filosofi, scrive all’uomo di ogni tempo. Nei primi capitoli, dal primo al quinto, ci pone di fronte alla nostra condizione: siamo tutti sotto il peccato, tutti bisognosi di salvezza. Poi ci rivela la grande promessa. Al capitolo 2, versetto 7, afferma con chiarezza: “vita eterna a coloro che con la perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità”. E al capitolo 6, versetto 23: “il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore”.
Questo è il punto centrale: la morte non è la fine, è una soglia. La vita che viviamo qui è preparazione, non compimento.
Lei afferma spesso che la vita spirituale è più importante della vita terrena. Che cosa intende esattamente?
Intendo richiamare una gerarchia di verità che abbiamo smarrito. La vita terrena, biologica, sociale ed economica, è importantissima, ma è transitoria. La vita spirituale, invece, è eterna. Se rovesciamo questa scala, costruiamo una società senza fondamenta. Oggi ci preoccupiamo del PIL, del consenso e della carriera, ma dimentichiamo l’anima. San Paolo ci insegna che siamo giustificati per fede, non soltanto per le nostre opere esteriori. La nostra esistenza terrena ha valore proprio nella misura in cui è orientata verso l’eternità. Senza questa prospettiva, anche la vita vissuta diventa vuota, ansiosa e senza speranza di fronte al dolore e alla morte.
Come collega questo messaggio teologico alla politica?
Una politica senza teologia si riduce a mera gestione del potere. La grande crisi dell’Occidente è proprio questa: abbiamo voluto una politica totalmente laica, intesa come svuotata di ogni riferimento trascendente. Ma se non riconosciamo che esiste una vita dopo la morte, che esiste un giudizio e una giustizia superiore, su quali basi fondiamo la legge, i diritti e la dignità umana?
La politica deve tornare a essere servizio alla persona nella sua integralità: corpo e anima. Legiferare come se l’uomo fosse soltanto materia è il più grave errore antropologico. Difendere la vita, la famiglia e la libertà di educazione non è confessionismo: è riconoscere che l’uomo ha un destino eterno e che la politica deve aiutarlo, non ostacolarlo, in questo cammino.
E il rapporto con la scienza? Oggi scienza e fede sembrano in conflitto.
È un falso conflitto, alimentato da uno scientismo ideologico. La vera scienza non nega la vita eterna, semplicemente non possiede gli strumenti per misurarla. La scienza ci dice come funziona il corpo, la teologia ci dice perché esiste e dove è diretto.
Paolo, nella Lettera ai Romani, al capitolo 1, versetto 20, scrive che le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate a partire dalle opere create. La scienza, quando è onesta, conduce alla meraviglia del creato e, quindi, al Creatore. Il problema nasce quando la scienza pretende di diventare essa stessa una religione, di fornire un senso ultimo. Non può. Un medico può prolungare la vita terrena, ma solo Dio può donare la vita eterna. Dobbiamo far dialogare nuovamente i due ambiti, senza alcuna subalternità.
In conclusione, quale messaggio vuole lasciare ai lettori?
Vorrei invitare tutti a rileggere i primi cinque capitoli della Lettera ai Romani. Non come un testo antico, ma come una lettera personale. Paolo ci dice: non abbiate paura della morte, perché Cristo l’ha già vinta. Vivete la vita di ogni giorno — il lavoro, la politica, lo studio — con lo sguardo rivolto all’eternità.
Se rimetteremo la vita spirituale al primo posto, tutto il resto troverà il suo ordine giusto. La politica diventerà più giusta, la scienza più umana e la vita terrena, anche con le sue croci, più piena di pace.
a cura del dott. Aurelio Coppeto Direttore Responsabile AgenPress.
