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Borsellino. Giudici, fu delitto di mafia, non per trattativa con lo Stato. Nel mirino già nel 1980

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AgenPress – La strage costata la vita al giudice Borsellino fu “un tragico delitto di mafia dovuto a una ben precisa strategia del terrore adottata da Cosa nostra. Ogni tentativo della difesa di attribuire una diversa paternità a tale insana scelta di morte non può trovare accoglimento”. Lo scrive la corte d’appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato per l’attentato i boss Madonia e Tutino a i falsi pentiti Andriotta e Pulci. Tutt’al più, secondo i giudici, le prove raccolte potrebbero indurre a credere alla partecipazione anche di “altri soggetti o gruppi di potere interessati alla eliminazione del magistrato”. Ciò non esclude però la matrice mafiosa della strage.

“Non sussiste alcuna prova che consente di collegare la trattativa Stato-mafia con la deliberazione della strage di Via D’Amelio”, scrive ancora la Corte.

Secondo i giudici, dunque, la decisione di eliminare il magistrato, ucciso con la scorta nel 1992, non avrebbe alcun rapporto con la trattativa che pezzi dello Stato avrebbero avviato con i clan dopo l’attentato al giudice Giovanni Falcone. La tesi che Borsellino sarebbe stato ucciso perché avrebbe scoperto l’esistenza della trattativa è stata sostenuta dalla corte d’assise di Palermo che ha celebrato il processo sul dialogo tra pezzi delle istituzioni e clan. Il delitto, secondo la corte nissena, invece, rientra nella strategia stagista della mafia dettata da finalità di vendetta.

Cosa nostra aveva deciso di uccidere il giudice Paolo Borsellino fin dagli anni ’80. Lo ritiene la corte d’assise d’appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo per la strage di Via D’Amelio dei boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e, per calunnia, dei falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Le motivazioni sono state appena depositate. Il piano della mafia di eliminare il magistrato dunque risaliva agli anni ’80 quando le indagini condotte da Borsellino sull’omicidio del capitano Basile inchiodarono alle loro responsabilità mafiosi di prima grandezza come Pino Leggio e Giacomo Riina. I progetti delle cosche però non vennero portati a termine, fino a quando, con la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso, Cosa nostra decise di compiere il suo piano. La sentenza del maxi dunque “diede vita ai propositi vendicativi” dei boss nei confronti di nemici storici di Cosa nostra come Falcone e Borsellino.

 

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