AgenPress. Giornata della Memoria. Ovvero il non dimenticare. Il tragico che diventa indissolubile pensiero tra i popoli, le civiltà, le religioni, le etnie. Oggi non può essere considerato soltanto il dramna di un popolo e l’invito a ricordarlo. Attenzione! Il Giorno della Memoria come dello del Ricordo non si celebrano.
La morte non si celebra. Non si dimentica. Perché è la vita che si celebra. È anche una questione profondamente religiosa. I campi di concentramento, i fili spinati, i forni, le rocce incavate in foibe sono l’indimenticabile nelle storie delle civiltà.
Dopo il tragico c’è sempre una antropologia che deve permetterci non al passato ma a ciò che è stato dopo e a ciò che sarà. Il mondo ebraico non è il percorso di un popolo ma una civiltà che ha cercato di superare la propria erranza biblica sino al tempi moderni e a quello sciagurato 1938.
La storia moderna credo che cominci da questa data disperante e dall’unione tra Fascismo e Nazismo che hanno legato Nazioni inconsapevoli verso il disastro non solo di un popolo ma dell’Europa. L’ebreo errante è e resta, con i recenti conflitti e scontri Israele-Palestina, un popolo errante. È come se ritornasse quel biblico senso di quella dolorante antica sofferenza.
Ebbe a dire l’ebreo Franz Kafka: “Nei paesi in cui abbiamo vissuto per secoli, siamo ancora tacciati come estranei; e spesso da coloro i cui antenati non erano ancora domiciliati nella terra dove gli ebrei avevano già fatto esperienza di sofferenze”.
Una storia che ha narrato vicende di famiglie, di uomini, donne, bambini in un tempo che ha lasciato macerie e cenere. Storie che si vivono anche nella letteratura. Come nel romanzo dell’ebreo Giorgio Bassani in “Il giardino dei Finzi-Contini”. Straziante. Lacerante. In un’epoca che si pensava finita.
Nel romanzo di Bassani un semplice dialogo gronda dolore: “Micol: Dove ci porteranno?
Padre di Giorgio: E chi lo sa. Preghiamo Dio che ci lascino insieme almeno noi”.
Stare insieme. Morire insieme nell’ora più tragica della storia. Un infinito che pensavamo che potesse finire. Ma la storia lascia il suo passato e si riedifica nel presente con ciò che stiamo vivendo nell’attuale temperie.
Il presente deve poterci far riflettere sul passato, su ciò che usiamo chiamare memoria. Proprio lungo questa drammatica esperienza e angosciante testimonianza il ricordare è fondamentale perché dentro questo concetto del ricordo-memoria che le società e le culture possono ricrearsi in una visione fortemente spirituale.
Anna Frank diceva: “A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio”.
A questa giustizia e a questa verità di Dio dobbiamo dedicare una profonda meditazione per allontanare le morti e le cattiverie e “imporre” non una cosiddetta kantiana “pace perpetua” ma semplicemente una pace tra le Genti. Un insegnamento paolino, tra pietà e umanità, che è una esortazione certamente ma è anche una volontà d’amore tra gli uomini.
Pierfranco Bruni