Riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato Consultivo della Fondazione per la Comunicazione Istituzionale
AgenPress.Il provvedimento adottato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il conferimento motu proprio di trentuno onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana va letto come qualcosa che eccede la dimensione formale dell’atto e la semplice cronaca del comunicato che lo accompagna.
Non si tratta soltanto di un elenco di nomi, ma di una scelta culturale e civile. È un modo attraverso cui le istituzioni indicano al Paese non solo singoli esempi da celebrare, ma delineano criteri di valore che orientano il riconoscimento pubblico e contribuiscono a definire l’idea di cittadinanza repubblicana.
Il comunicato diffuso dal Quirinale svolge una funzione essenziale: traduce in linguaggio accessibile il significato di una prerogativa che appartiene alle funzioni più alte del Capo dello Stato, quella di interprete dell’unità morale della Repubblica.
In questa cornice, le onorificenze non sono solo attestati individuali, ma segni visibili di una visione condivisa di cittadinanza.
Il primo criterio che emerge con chiarezza è quello del merito come coerenza, non come successo. Il riconoscimento non coincide con la visibilità, con il primato o con l’eccezionalità fine a sé stessa, ma con la continuità dell’impegno e con la capacità di tradurre i valori costituzionali in pratiche quotidiane. È un merito che matura nel tempo, spesso lontano dai riflettori, e che proprio per questo assume un significato pubblico profondo.
Un secondo asse fondamentale è quello della cura, intesa in senso ampio: cura delle persone, dei legami sociali, dei contesti di fragilità. La Repubblica sceglie di riconoscere chi opera là dove il tessuto sociale si assottiglia, dove la solitudine, la malattia, la disabilità o l’esclusione rischiano di diventare condizioni permanenti. In questo quadro, la cura si configura come una forma alta di responsabilità civica e un modo concreto di esercitare la cittadinanza.
Accanto alla cura si colloca il principio dell’inclusione come pratica trasformativa. Sport, lavoro, arte, comunicazione e volontariato non sono semplici ambiti di intervento, ma strumenti attraverso cui viene ridefinita l’idea stessa di partecipazione. Il merito non risiede nell’adattare le persone a sistemi rigidi, bensì nel modificare i sistemi affinché le differenze possano esprimersi pienamente. L’inclusione, così intesa, non è una concessione, ma un progetto consapevole.
Il provvedimento richiama inoltre il valore del coraggio civile, inteso non solo come gesto straordinario, ma come disponibilità ad andare oltre il proprio ruolo. È il coraggio di assumersi una responsabilità che non è formalmente dovuta, ma eticamente necessaria; di non sottrarsi, di agire quando sarebbe più facile restare spettatori, di riconoscere nell’altro una responsabilità che ci riguarda.
Un ulteriore criterio è quello della testimonianza. Raccontare esperienze di vita, trasformare il dolore o la difficoltà in consapevolezza condivisa, utilizzare linguaggi contemporanei per costruire reti di supporto e conoscenza diventa un atto di interesse generale. Non si tratta di esibizione, ma di restituzione: l’esperienza individuale che si fa patrimonio collettivo.
Nel suo insieme, l’atto presidenziale propone un’idea di merito come sostegno, più che come affermazione personale. La Repubblica riconosce chi costruisce, accompagna, ripara, include; chi genera fiducia e opportunità per altri. È una scelta che parla al presente, ma che guarda anche al futuro, indicando quali comportamenti e quali responsabilità siano ritenuti fondanti dell’identità democratica.
Questo riconoscimento racconta un Paese che non si misura solo sui risultati, ma sulla qualità dei legami che è capace di creare. Ricorda che il merito, nella sua accezione più autentica, non è un fatto isolato, ma un’esperienza profondamente collettiva.
