Infermieri tra i “nuovi poveri”. Salari fermi affitti al 60% del reddito, oltre 20mila hanno abbandonato la sanità pubblica nel 2024

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AgenPress. Il recente rapporto Caritas segnala un aumento del 154% dei disturbi depressivi nell’ultimo decennio tra le persone prese in carico dai centri di ascolto; nell’80% dei casi il disagio mentale è associato a difficoltà economiche e precarietà lavorativa.

Un dato che conferma un nesso strutturale: all’aumentare dell’insicurezza materiale cresce il rischio di sofferenza psichica. Un meccanismo che oggi coinvolge anche categorie professionalmente occupate ma colpite da erosione del potere d’acquisto e stagnazione delle prospettive, come evidenzia l’analisi del Nursing Up sugli infermieri italiani.

Secondo i dati OCSE (Health at a Glance), la retribuzione media degli infermieri italiani, a parità di potere d’acquisto, resta inferiore rispetto ai principali Paesi dell’Europa occidentale. In Italia lo stipendio lordo medio annuo è compreso tra 29 e 32 mila euro; il netto mensile nei primi anni oscilla tra 1.500 e 1.800 euro. In Germania e Francia si superano i 40 mila euro annui, con progressioni più strutturate; il divario è ancora più marcato rispetto a Svizzera, Norvegia e Finlandia.

Nelle grandi città del Nord il peso degli affitti incide fortemente: secondo ISTAT e osservatori immobiliari, un bilocale a Milano supera i 1.200 euro mensili; a Bologna e Torino varia tra 850 e 1.050 euro. Con un netto di 1.500 euro, l’incidenza può superare il 60% del reddito.

Nel 2024 oltre 20mila professionisti hanno lasciato volontariamente la sanità pubblica, scegliendo libera professione o estero. Il Survey nazionale Nursing Up evidenzia che oltre il 70% degli infermieri, potendo tornare indietro, farebbe una scelta diversa.

Stress lavoro-correlato e burnout restano criticità diffuse, aggravate da turni notturni e festivi, carenza di organico e difficoltà di conciliazione vita-lavoro.

Parallelamente, le domande di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica sono diminuite di circa l’11%. Se nel 2010 le richieste superavano le 46 mila unità, oggi si attestano intorno alle 21 mila annue, con sedi che non coprono interamente i posti disponibili.

«Salari e prospettive restano fermi rispetto al costo della vita che cresce – afferma De Palma –. È sempre più forte la pressione su una professione che andrebbe ricostruita e rilanciata. Servono interventi concreti: adeguamento salariale coerente con il costo della vita, riduzione del divario europeo, percorsi di carriera chiari e piano di assunzioni. Senza infermieri non c’è futuro per il nostro SSN».

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