DE PALMA: “SENZA INFERMIERI E PROFESSIONISTI SANITARI NON SI SALVANO VITE”
AgenPress. A sei anni dall’inizio della pandemia il Servizio sanitario nazionale resta un sistema ancora fragile: terapie intensive sotto target, piano pandemico non definitivamente consolidato e una rete territoriale che procede a velocità diverse. Ma soprattutto, ovunque emergano squilibri del sistema, la vera criticità resta la carenza di personale sanitario, a partire dagli infermieri.
I dati ufficiali sull’attuazione della Missione 6 – Salute del PNRR, rilevati dalla Ragioneria Generale dello Stato, analizzati nelle relazioni della Corte dei Conti, supportati dall’attività tecnica di AGENAS e oggetto di monitoraggio indipendente da parte dell’Osservatorio PNRR Salute della Fondazione GIMBE, indicano che la messa in sicurezza del Servizio sanitario nazionale non può dirsi definitivamente completata.
Il piano di rafforzamento dell’area critica prevedeva un target complessivo di 5.922 nuovi posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. Ad oggi risultano attivati 4.227 posti, di cui 1.839 in terapia intensiva e 2.388 in sub-intensiva, a fronte di obiettivi minimi fissati in 2.692 posti di intensiva e 3.230 di sub-intensiva. Restano dunque centinaia di posti ancora da rendere pienamente operativi, con un ritardo stimato di almeno cinque mesi rispetto alle scadenze programmate e con disomogeneità territoriali significative.
«L’incremento rispetto al periodo pre-pandemico c’è stato, ma la stabilizzazione strutturale dell’area critica non è affatto conclusa», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up.
Secondo il sindacato il vero nodo resta la dotazione di personale: una terapia intensiva non è solo un posto letto, ma un’équipe multiprofessionale operativa h24. «Ogni posto richiede personale formato, turnazioni complete e competenze avanzate. Senza questo elemento l’infrastruttura resta capacità teorica», prosegue De Palma.
Il problema è confermato anche dalla letteratura scientifica internazionale: uno studio pubblicato su The Lancet mostra che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 7% il rischio di mortalità ospedaliera a 30 giorni, mentre altre analisi indicano riduzioni della mortalità tra il 10% e il 20% negli ospedali con maggiore dotazione infermieristica.
«Abbiamo fin qui potenziato strutture e programmato riforme, ma se non rafforziamo stabilmente il personale la resilienza del sistema resta teorica», conclude De Palma. «Senza infermieri e senza professionisti sanitari non si salvano vite».
