Delitto di Garlasco. Possibile confusione tra il campione prelevato dai pedali della bicicletta e quello proveniente dal cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi

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La Procura di Pavia esamina le anomalie nelle analisi del 2007 e ipotizza uno scambio di campioni con il Dna del cucchiaino della colazione. Sotto la lente anche le comunicazioni tra gli investigatori e una mail dell’ex comandante del Ris Luciano Garofano: “Ci basta una scarpa”


AgenPress. Il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione per un interrogativo che riguarda uno degli elementi scientifici emersi nelle prime fasi delle indagini: il Dna individuato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Secondo quanto riportato dagli atti esaminati nell’ambito dei nuovi accertamenti della Procura di Pavia, il risultato delle analisi del 19 settembre 2007 cambiò sensibilmente nell’arco di appena tre ore, passando da un profilo genetico parziale, non attribuibile, a una corrispondenza con il Dna di Chiara Poggi, assassinata il 13 agosto dello stesso anno nella sua abitazione di Garlasco.

È proprio questa sequenza temporale a essere oggi oggetto di approfondimento da parte degli inquirenti. L’ipotesi investigativa è che possa essersi verificato uno scambio di campioni durante le operazioni di laboratorio. Si tratta, tuttavia, di una possibilità da verificare e non di un fatto definitivamente accertato.

La ricostruzione individua due momenti precisi: alle 15.34 il campione identificato con la sigla «bu_p» avrebbe restituito un tracciato genetico parziale; alle 18.37, dopo ulteriori operazioni, sarebbe stato ottenuto un profilo corrispondente a quello della vittima.

Nei commenti associati ai dati del primo esame compariva il termine «evaporato», riferito al risultato iniziale. L’allora capitano del Ris Alberto Marino, che seguiva gli accertamenti biologici, avrebbe spiegato ai magistrati che il tracciato necessitava di ulteriori approfondimenti per migliorarne la leggibilità.

Il punto da chiarire, dunque, non è soltanto il cambiamento del risultato, ma anche il modo in cui vennero effettuate le successive operazioni tecniche, chi inserì i dati nel sistema e come furono documentati i diversi esiti.

Secondo quanto emerso dagli interrogatori, il primo risultato sarebbe stato caricato da Marino, mentre quello successivo sarebbe stato inserito da un operatore identificato con la sigla «Port», ricondotto a Portera, anch’egli ex appartenente al Ris. Marino avrebbe dichiarato di non ricordare con certezza diversi passaggi, formulando alcune ricostruzioni in termini presuntivi.

Uno degli aspetti centrali delle domande poste dai magistrati riguarda la possibile confusione tra il campione prelevato dai pedali della bicicletta e quello proveniente dal cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per la colazione.

Secondo l’ipotesi investigativa, i due campioni potrebbero essere stati scambiati durante una fase delle procedure di laboratorio. A richiamare l’attenzione degli inquirenti sarebbe anche la quantificazione del materiale genetico, indicata negli atti come coincidente nei due campioni fino ai centesimi di nanogrammo per microlitro.

La Procura starebbe inoltre approfondendo la gestione dei risultati ottenuti il giorno successivo, quando sarebbero state effettuate due ulteriori analisi con esito negativo, definite «corse nulle». Questi risultati, secondo la ricostruzione giornalistica, non sarebbero stati messi a disposizione delle parti.

Un altro interrogativo riguarda la comunicazione del risultato positivo. Dagli scambi riportati nel verbale emerge che Marino avrebbe riferito presumibilmente il dato a Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris, mentre la relazione destinata alla pm sarebbe stata trasmessa alcuni giorni dopo.

Per gli inquirenti, ricostruire la cronologia delle analisi e delle comunicazioni è essenziale per comprendere come quel risultato sia stato ottenuto e quale valore possa essere attribuito alla documentazione disponibile.

Tra gli elementi tornati sotto esame c’è anche una comunicazione del febbraio 2009 attribuita a Luciano Garofano, quando era in corso il processo con rito abbreviato ad Alberto Stasi.

Nella mail Garofano interveniva su alcune controdeduzioni riguardanti le macchie di sangue, la cosiddetta camminata e le scarpe. A proposito di queste ultime, avrebbe scritto che si erano già dimostrate pulite, aggiungendo: «A noi basta una scarpa e comunque non siamo tenuti ad essere più di tanto specifici».

Il passaggio è stato richiamato nel contesto degli approfondimenti sul ruolo svolto dagli investigatori e sulle modalità con cui vennero formulate alcune valutazioni tecniche durante le indagini e il processo.

La frase, considerata isolatamente, non dimostra di per sé un’alterazione delle prove né consente di stabilire che le conclusioni investigative fossero scorrette. Il suo significato deve essere valutato nel contesto completo della comunicazione, degli accertamenti sulle calzature e delle eventuali spiegazioni fornite dai protagonisti.

La vicenda del Dna sui pedali si inserisce in una fase di ulteriori approfondimenti giudiziari sul delitto di Garlasco, che si affiancano agli sviluppi dell’inchiesta relativa ad Andrea Sempio.

Il nodo delle analisi genetiche del 2007 è particolarmente delicato perché riguarda un reperto entrato nella ricostruzione investigativa iniziale. Per chiarire definitivamente i dubbi occorrerà ricostruire la catena di gestione dei campioni, verificare la documentazione tecnica originale e confrontare gli esiti dei diversi esami.

Resta quindi una distinzione fondamentale: le anomalie segnalate e l’ipotesi di uno scambio costituiscono oggetto di verifica investigativa, ma non equivalgono automaticamente alla prova di una manipolazione intenzionale. Allo stesso modo, il significato della mail di Garofano non può essere stabilito sulla base di una singola frase estrapolata dal suo contesto.

A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la domanda degli inquirenti è come si sia arrivati, in un intervallo di tre ore, da un profilo genetico incompleto a una corrispondenza con quello della vittima. La risposta dovrà poggiare su documenti, procedure scientifiche e riscontri verificabili, distinguendo ciò che gli atti attestano dalle ipotesi che le nuove indagini stanno cercando di confermare o escludere.

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