È morto Ratko Mladić, il “boia di Srebrenica”: una vita segnata dalla guerra e dai crimini

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AgenPress. È morto all’Aja Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei serbo-bosniaci condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. Aveva 84 anni. La notizia è stata diffusa il 27 agosto 2026 e confermata da fonti serbe citate dai media internazionali.

Mladić è morto mentre era detenuto in un ospedale penitenziario delle Nazioni Unite all’Aja. Dal 2024 si trovava in un ospedale psichiatrico, dove le sue condizioni di salute erano progressivamente peggiorate: da circa un anno e mezzo era costretto a letto. Negli ultimi mesi la Serbia aveva chiesto per lui un rilascio per motivi umanitari, sostenendo che fosse gravemente malato e avesse subito uno o più ictus. Le autorità giudiziarie internazionali avevano però respinto la richiesta, ritenendo adeguate le cure ricevute in carcere.

Il nome di Mladić rimane indissolubilmente legato al massacro di Srebrenica del luglio 1995, uno degli episodi più atroci delle guerre jugoslave e il più grave genocidio avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Come comandante dell’esercito della Republika Srpska, Mladić ebbe un ruolo centrale nelle operazioni militari contro le popolazioni bosgnacche durante il conflitto. A Srebrenica, allora dichiarata «area protetta» dalle Nazioni Unite, le forze serbo-bosniache uccisero sistematicamente oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci.

La sua responsabilità non riguardò soltanto Srebrenica. Mladić fu tra i principali protagonisti dell’assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996, durante il quale la popolazione civile della capitale bosniaca fu sottoposta a bombardamenti e al fuoco dei cecchini. La guerra in Bosnia-Erzegovina provocò oltre 100.000 morti e più di un milione di sfollati.

Dopo anni di latitanza, Mladić fu arrestato in Serbia nel maggio 2011 e trasferito all’Aja per essere processato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.

Il processo si concluse nel novembre 2017 con una condanna all’ergastolo. I giudici lo riconobbero responsabile di genocidio, persecuzioni, sterminio, omicidio, deportazione e trasferimento forzato, oltre che di altri crimini di guerra e contro l’umanità. La condanna fu confermata definitivamente in appello nel giugno 2021.

La sentenza rappresentò uno dei momenti conclusivi del lungo lavoro del tribunale internazionale sui crimini commessi durante le guerre nella ex Jugoslavia. Mladić, tuttavia, non mostrò pentimento e durante il processo mantenne un atteggiamento di aperta sfida nei confronti dei giudici.

Per quasi sedici anni Mladić riuscì a sfuggire alla giustizia internazionale. Dopo la fine della guerra rimase a lungo protetto da una rete di sostenitori e riuscì persino a condurre per un periodo una vita relativamente pubblica a Belgrado.

Nel 2011 fu infine individuato in un’abitazione di Lazarevo, in Serbia. Aveva utilizzato una falsa identità e appariva profondamente cambiato rispetto alle immagini che lo avevano reso uno dei volti più noti della guerra bosniaca. L’arresto pose fine a una delle più lunghe latitanze legate ai crimini delle guerre jugoslave.

La morte di Mladić chiude biologicamente la parabola di uno degli uomini più controversi e sanguinari del conflitto bosniaco, ma non cancella il significato storico delle sue responsabilità accertate dai tribunali internazionali.

Per le vittime di Srebrenica, per i sopravvissuti all’assedio di Sarajevo e per le migliaia di persone colpite dalla guerra, la sua morte non rappresenta la fine della memoria. La condanna definitiva all’ergastolo aveva già stabilito, sul piano giudiziario, le responsabilità dell’ex generale. Ora resta il compito della storia: conservare la memoria di ciò che accadde in Bosnia e impedire che il genocidio di Srebrenica venga relativizzato o dimenticato.

Ratko Mladić muore dunque da detenuto, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita sotto custodia internazionale. Il «boia di Srebrenica», come è stato chiamato per decenni, non è mai tornato libero.

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