La linea della Casa Bianca resta intransigente: Teheran dovrà fornire garanzie definitive sulla rinuncia all’arma atomica. Dopo mesi di guerra e tensioni, Donald Trump rilancia la pressione sul regime iraniano. Sullo sfondo, l’ipotesi di una nuova offensiva militare dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre
AgenPress. La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a una fase di forte tensione. Donald Trump ribadisce che Teheran non dovrà mai entrare in possesso di un’arma nucleare e lascia aperta la possibilità di nuove iniziative militari per impedire che il programma atomico iraniano possa rappresentare una minaccia strategica per Washington e per i suoi alleati.
La posizione del presidente americano si inserisce in uno scenario già profondamente compromesso dal conflitto iniziato a febbraio 2026 e dalle successive difficoltà nel raggiungere un accordo diplomatico. La questione nucleare rimane il principale punto di rottura tra le due capitali: per Trump non sono sufficienti impegni temporanei o rassicurazioni politiche, ma servono garanzie concrete e durature.
Nell’intervista concessa ad Axios il 17 settembre, Trump aveva utilizzato parole particolarmente dure, lasciando intendere che la Casa Bianca fosse ormai vicina a una decisione cruciale sul futuro del conflitto.
«Ho una grande decisione da prendere: voglio entrare e annientarli oppure no? È una decisione importante. Con me può succedere di tutto», aveva dichiarato Trump.
Una minaccia che non riguarda soltanto la possibilità di nuovi bombardamenti mirati, ma che lascia intravedere uno scenario di escalation molto più ampio. Il presidente americano aveva spiegato di voler valutare anche le posizioni degli alleati regionali, consapevole che un’ulteriore offensiva potrebbe provocare una risposta iraniana contro Israele e le monarchie del Golfo.
Un elemento fondamentale per comprendere le prossime mosse di Washington è rappresentato dalle elezioni di medio termine.
L’8 ottobre Trump aveva dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l’Iran prima del voto del 3 novembre. Una decisione che, tuttavia, non equivale a una rinuncia all’opzione militare.
Secondo un’inchiesta dell’Associated Press del 29 ottobre, funzionari statunitensi avrebbero invitato alcuni Paesi mediorientali e alleati regionali a prepararsi alla possibilità di nuovi attacchi contro l’Iran dopo le elezioni, nonché a eventuali rappresaglie iraniane contro infrastrutture energetiche e strategiche.
Secondo le fonti citate dall’agenzia, Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva.
«Si concluderà presto», ha affermato, aggiungendo che Washington ha bisogno di una garanzia che l’Iran non possieda mai un’arma nucleare.
Trump non ha però chiarito se la conclusione della guerra arriverà attraverso un’intesa diplomatica oppure attraverso una nuova dimostrazione della forza militare americana.
Un nuovo intervento americano avrebbe conseguenze che potrebbero andare ben oltre i confini iraniani.
Teheran ha già avvertito che risponderebbe con maggiore forza a eventuali nuovi attacchi statunitensi. Tra i principali punti di vulnerabilità figurano le infrastrutture energetiche del Golfo, le installazioni militari americane nella regione e la sicurezza dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il commercio internazionale di petrolio.
Anche il programma nucleare iraniano rimane una questione particolarmente complessa. Il 16 ottobre Trump aveva evocato esplicitamente la possibilità di colpire Pickaxe Mountain, un sito sotterraneo fortificato collegato alle attività nucleari iraniane. In quell’occasione aveva escluso il ricorso ad armi nucleari americane e ribadito di non voler inviare truppe di terra in Iran.
Washington vuole impedire definitivamente all’Iran di dotarsi di un’arma atomica e intende mantenere una pressione economica, diplomatica e militare sufficiente a costringere Teheran a un accordo.
Il problema è che il margine per una soluzione negoziata continua a restringersi, mentre le minacce reciproche alimentano il rischio di una nuova fase del conflitto.
I prossimi giorni, soprattutto dopo il voto americano del 3 novembre, potrebbero rivelarsi decisivi. La domanda non è più soltanto se Trump voglia impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare, ma quale prezzo sia disposto a pagare per raggiungere questo obiettivo.
